Roma 2009. 

I.

Quella notte stava osservando un’immensa valle di sabbia blu, con sopra figure d’ossidiana. La scena non aveva a che fare con spazio o tempo, era più un tiepido amalgama di suono. Quando osservò le sue mani, erano verde magmatico: vetrose, trasparenti mentre fluivano in un buio familiare. All’improvviso, Vanni si svegliò con le orecchie traboccanti di polvere. Sgrullò la testa e sedette sul cuscino. Accese la lampada del comodino. Click, il buio morì. Diede un’occhiata al mondo: la stanza era immersa in un silenzio assordante. Ogni cosa in ordine, i mobili al proprio posto. Attraverso le tende semichiuse la notte pareva mesmerizzata. Faceva freddo. Un silenzio incredibile. Vanni s’affacciò al bordo del letto. Le pantofole erano sul pavimento come le aveva lasciate. Decise di infilarci i piedi e andò al cesso. Click, luce sopra il lavandino. Lo specchio prese vita e gli mostrò che era vivo. Si sciacquò la faccia con l’acqua incolore delle tre e venti di notte. Nello specchio il suo volto ghirlandato mostrava righe di squisito candore, gocce acquatiche in discesa; era brutto, i capelli arruffati: si riconobbe nonostante le tantissime lune. Aveva quasi sessant’anni. Pensò di fare un sorriso ma non gli andava, quindi non lo fece: aveva sonno e voleva tornare a letto. Una parte del suo cervello dormiva ancora. L’altra era disinteressata. Sbadigliò. Sprimacciò gli occhi con lentezza. Captò una leggera tachicardia. Infilò un dito nell’orecchio. Cerume. Sciacquò via la poltiglia marrone. Prese l’asciugamano e vi immerse completamente la faccia. Era bello non avere testa. La nascita d’un nuovo essere notturno: ora che il rito s’era compiuto non restava che tornare a dormire. Spense la luce dello specchio. Tornò in camera da letto e lanciò le pantofole con un calcio. Salì sul materasso. Gettò l’asciugamano su una sedia, acchiappandone il bracciolo: poi cadde. Ben fatto. L’orologio sul comodino segnava le tre e ventisette. Oltre le finestre, Roma era scomparsa. S’infilò sotto la coperta e rimase in attesa per minuscoli istanti, la lampada accesa. Il sistema siderale che li avvolgeva era impressionante: ne facevano tutti parte ma non sembrava reale. In un altro appartamento della città, il signor Lambert stava dormendo vicino a sua moglie; Tiberio Carioca invece era morto un’ora prima: ma nessuno lo sapeva. Non un sibilo, nell’aria. Attraverso la tenda semiaperta, oltre il vetro, la notte doveva essere la più grande passeggiatrice della Storia. Vanni la vedeva, era una truffa scenica, gocce di piccole luci sfocate, riflessi zaffiro. Viveva nel quartiere del Villaggio Olimpico, eppure quell’appartamento poteva trovarsi in una zona qualunque della città. L’interno delle case è anonimo: non comunica con l’esterno e vive di vita propria, né ha cognizione delle forme del mondo, che non si vedono e restano nell’oscurità. Oppure se ne vedono gli sfocati barlumi. Trovarsi al primo piano d’un palazzo del centro storico o a picco su un burrone alto chilometri non fa differenza. La notte è un paiolo di serpi. Fanculo, pensò Vanni. Allungò il braccio e masturbò l’interruttore della lampada, gettando la stanza nel buio. Sorrise come un re osservando il nero totale davanti ai suoi occhi. Piccole forme verdeggianti ai lati dell’occhio. Figure sireniche. No, davvero: fanculo.

II.

Fu la notte più lunga e strana del mondo.
Stava sognando un bosco pesto, impolverato di leggera fosforescenza: e tigri blu che raggiungevano un unicorno e lo sventravano.
Poi all’improvviso, all’una di notte Grin ricevette un sms da Milo. Il testo diceva: ci vediamo al montarozzo tra mezzora? vengo con la macchina. Perché Milo il cellulare ce l’aveva, semplicemente lo usava al minimo. Ma forse si dovrebbe fare così: e una notte, all’improvviso, inviare un sms anonimo come questo, capace di svegliare all’improvviso Grin che s’era appena addormentato. Superati i cinque secondi utili per tornare su questo pianeta, e i due che servono per materializzarsi nella propria
città, sbadigliando Grin rispose con due lettere: OK.
Indossò maglietta, jeans e giacchetto Millemiglia, poi spense il computer che era rimasto acceso. Scostò la tenda e guardò fuori. Notte di maggio. Inutile, unica. I calendari erano come sirene: esistevano solo per bellezza. Una notte già vista e lui lo sapeva mentre percorreva la stanza nera. Ma è la ripetitività che ci protegge dai pericoli. Fuori dalla finestra sugli abissi del marciapiede un lampione illuminava un balcone al primo piano, ricoperto di palme verdi. Una serra onirica. Che film ci avrebbero girato, se fossero arrivati attori e registi da un altro pianeta? In quel misero istante esistevano milioni di
possibilità, oppure una sola che obbediva al principio di autoconsistenza di Novikov. Grin uscì dalla camera. Percorse il suo corridoio come un fantasma. Sentì i genitori russare. Cercò di non far rumore. Grin uscì sul pianerottolo e chiamò l’ascensore: tese l’orecchio per sentire il silenzio del palazzo. Si potevano captare rumori impercettibili: la cinghia dell’ascensore appena chiamato, impressioni di suono provenienti da altri appartamenti, ronzii lontani di qualche specie d’illuminazione terrestre. Ma principalmente, era la sua memoria a cullarlo: le notti del passato si risvegliavano in apnea, a macchie. Prese l’ascensore. Iniziò la discesa. Era tornato a vivere a casa dei genitori da due mesi. Una specie di tuffo nella vita precedente. La convivenza con Lucia non aveva funzionato, e la camera doppia presa in affitto per sei mesi era lì da qualche parte, occupata da nuovi esseri umani. Ed ora Grin boccheggiava nell’ascensore da solo e notava che lo specchio non lo rifletteva, l’ascensore continuava a scendere ma certamente si trattava d’un sogno e lui temette di rimanere invisibile per sempre. L’ascensore arrivò a terra. In quei mesi, il suo vero scopo era d’afferrare la luce verde. Il reale senso dell’esistenza. Roba che travalicava la realtà, che s’avvicinava più alla letteratura. Uscì in strada e lo accolsero fuochi d’artificio lontanissimi. Sentiva frastuoni sopra palazzi che non poteva vedere. Camminò sul marciapiede deserto. Non erano fuochi d’artificio, ma un segnale per avvertire che la droga era arrivata nei centri di smistamento di Roma. Svoltò l’angolo. Niente ricordi d’amor perduto, per carità. A deliziarlo era un’aura più maestosa, seghettata, tentacolare. Viveva leggermente staccato dalla realtà, traslato di pochi ma fondamentali centimetri, cosa che gli procurava un criptico e duale stato di piacere e tristezza, che gli impediva di studiare bene all’università o di combinare qualcosa in ambito materiale. Ormai era tornato a vagare in familiari mondi astratti: il cinema, la scrittura, i libri, la musica. Cose inutili per gli ingranaggi della società. Doveva studiare matematica e trovarsi un lavoro stabile, invece passava il tempo a stronzeggiare con Milo, oppure vagheggiava in piena notte i grandi poemi sanguinari del passato finché non crollava esausto sul cuscino. Vivere distruggendo poteva essere interessante. Campare di odori e distanze. Ma, e lo realizzò appena superato il puzzo dei cassonetti: ormai stava assumendo le sembianze d’un cane randagio, e ogni giorno sempre più si trascinava nei vicoli; solo la sua innata eleganza gli permetteva di tenerlo nascosto. Ma per quanto ancora? Dipendeva dalle sabbie mobili. Era piuttosto inesperto della nuova dimensione. Gli serviva tempo. Ci volevano tecnologie o incantesimi per battere le sabbie mobili. Le rovine, le oasi, i miraggi, il respiro che se ne va. Vedo un’immensa valle di sabbia blu, aveva giustamente scritto Encoruos nell’incipit de “Il mantello dei principi della notte”. Grin l’aveva riletto poche settimane prima e la frase gli era rimasta inchiodata nella fronte come un’epifania di sacrificio. La strada era senza macchine e lui continuava a camminare verso il parco. Non era solo un cane randagio: da tempo s’atteggiava a vecchio burbero scorbutico poeta merdoso arrapato da isola deserta. Non gli andava d’impegnarsi troppo per raggiungere la luccicanza, ma sfortunatamente aveva già abbandonato le cose pratiche. Era intrappolato in un limbo. Il suo nuovo nome era Buddy Limbo. Chiamatemi così, mates. Buddy Limbo. Oppure Buddy Bambi. Oppure, meglio, Mick Meraviglia. Sono un oratore affabile e ho un grande uccello. Sono tutto fumo e niente arrosto. Valgo come valevano i soffitti delle case popolari. Era notte fonda. Era un maggio strano. Quei giorni scorrevano simili ad acqua sotterranea. La città era una sfera scheggiata. Grin era invisibile e temeva che gli specchi del mondo non avrebbero mai più riflesso la sua immagine. Intanto camminava lentamente, non c’erano persone o negozi illuminati a fargli da cornice. Ogni tanto sbadigliava. I suoi capelli castani non avevano stile. Gli occhi verdi si chiudevano dal sonno. S’alzò un vento freddo. Allacciò il giacchetto Mille Miglia fino al naso. Il montarozzo che diceva Milo era all’inizio della collina di uno degli ingressi del Parco della Caffarella. Rasentò il pub. Oltre le vetrate vide facce conosciute. Poi arrivò al montarozzo e smise di camminare. Lo sovrastava l’enorme distesa satanica del parco, gonfio d’eventi che non poteva osservare: a quell’ora le cose avevano forme indistinte, e le avvistava perdersi nell’oscurità. Gli parve un’immensa grotta all’aperto. Vibrò in essa. La notte era bella e triste da anni. Si sedette sulla piccola costruzione all’ingresso dove è stampata la mappa in metallo del parco. Sentì freddo sul culo. Forse non era un caso che fosse tornato a casa dai genitori; tornato, in pratica, alla sua vita precedente. Ma c’era tornato come un Grin adulto, che tutto a un tratto si ritrova nel vecchio mondo dell’adolescenza. Il nuovo corpo nel vecchio ambiente. Roba da sit-com. Un galleggiamento. Una QUESTE. E la sfera che li inglobava restava malignamente bloccata: non c’era dubbio che dovesse romperla in qualche modo. L’uovo è il mondo e l’uccello deve spaccare l’uovo. Il coraggio è la misura ancestrale dell’uomo. I pericoli sono epifanie. La violenza attira violenza. Le luci in casa attirano le falene e Grin odiava le falene perché finivano sempre nella sua zuppa e ogni volta doveva buttarla o scostare le falene annegate col cucchiaio e insomma erano situazioni problematiche. Pensò a queste cose per cinque minuti, poi vide arrivare la macchina di Milo, grigia, asiatica e ben tenuta. Era stato un regalo dei suoi genitori per i diciott’anni, lui cercava di mantenerla in perfette condizioni. Ma come il cellulare, la usava lo stretto indispensabile: la benzina costa e il traffico di Roma asfissia. Solo di notte le auto hanno un senso. Solo se non c’è meta, le auto hanno un senso. I fari lampeggiarono in direzione del montarozzo. Grin saltellò verso i fari agitando le braccia in segno di vittoria. Erano idioti notturni.

(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

Commenti

Post popolari in questo blog