Roma 2008.


I.

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Gli onironàuti si riuniscono in gran silenzio in quella che viene chiamata Villa Serena. Oggi è cadente e abbandonata, ma sotto la bara del tempo custodisce intatta l’antica eleganza. Siamo nel quartiere Pinciano. Nel Cinquecento, l’area di Vigna Capponi era quella compresa fra Via Flaminia e l’attuale Via dei Monti Parioli (chiamata al tempo Vicolo dell’Arco Oscuro [lode all’Incantatore]). L’area confinava coi possedimenti dei Colonna e con l’attuale Villa Balestra (chiamata al tempo Villa Poggi). Nel 1906 Vigna Capponi venne venduta alla famiglia dei Fossati, e diventò Villa Fossati. Con il Piano Regolatore del 1909 tutta l'area fu destinata ad ospitare villini signorili. Adele Maria Fossati incaricò
l’architetto Garibaldi Burba di trasformare il già esistente casino nobile in un villino neo-medioevale: Villa Serena, appunto. Il parco intorno venne lottizzato, venduto ed edificato. Le cose mutarono rapidamente. Via Sassoferrato, Via Cavalier d'Arpino e via Carlo Dolci sono tutte strade private nate dalla lottizzazione di quella zona: i nobili volevano avere una bella vista su Via Flaminia. Oggi, camminare lungo queste vie significa entrare nel mondo privilegiato delle quote 
alte, del benessere, lontano dai clamori. Bisogna ammettere che la zona sprigioni un ambiguo mistero di fondo, in grado
di placare ed assaltare il cuore. L’Incantatore e gli onironàuti, amanti per eccellenza di zone periferiche o degradate (“il bello di un paesaggio sta nella sua bruttezza”), considerano tuttavia questa zona un’oasi preziosa, un luogo di meditazione motoria alternativa, una landa per ricaricare il sistema nervoso. A Via Dolci siamo in quota, e fra le leggi degli onironàuti c’è senz’altro quella riguardante l’altezza: “Spia Roma dall’alto, sgattaiola sulle terrazze e i tetti, raggiungi gli ultimi piani dei palazzi, i
parchi dei cucuzzoli urbani. Diventa nuvola!
”. Rispetto alle alture sommerse dai turisti, questa è interamente sgombra. Veniteci. Qui nessuno vi scoccerà, potrete addirittura scomparire: sabbie mobili medicinali, utili a rivelazioni galeniche. Villa Serena si trova a Via Dolci 13, compresa fra la Salita dei Parioli e Via Sassoferrato. Avvenne per caso. In uno dei suoi giri notturni, un onironàuta riuscì a sgattaiolare nel giardino della villa abbandonata. Mantenne aperto il passaggio, nascondendolo abilmente. Una vecchia fontana al centro d’un giardino rovinato accoglie gli esploratori. Ma c’è di più. L’ampia entrata pare quella d’un palazzo imperiale. Interminabili piani di scale portano a finestre elevate e rotte, eco di fondo delle famiglie nobili che furono. Talvolta mancano i pavimenti. Certe stanze sono pericolanti. Ma da qui s’osservano in piena notte i puntini lontani di Roma: il corpo si riempie di gioia e malinconia. Andrebbe realizzata un’intera enciclopedia sui pensieri che affollano gli onironàuti inginocchiati presso queste rampe di scale, mentre avvistano la città dalle finestre scheggiate. Ogni notte, questo è certo, alcune figure del buio saltellano gaudenti da una stanza all’altra, sonnambuli impazziti, bagnati dai raggi lunari che attraversano complessamente le pareti bucate esposte al vento della mezzanotte: tarantolati situazionisti di merda. Che gaudio. E’ qui che Kir, a lume di candela, studia le antiche mappe dalla città e compie la cernita dei nuovi scritti onironàutici, distinguendo quelli inconcludenti da quelli che diverranno futuri testi sacri.

 


 II.

⌠⌡˛∫ _______ |*| _________ |*| ___________ \§. .  .    .         .                  .                                 .

Scriveva essenzialmente di notte. Scriveva con le forbici posate sul comodino. Alle volte per ispirarsi c’appoggiava pure un coltello aperto o un mazzo di fiori freschi, rari. Intorno alle due sgranocchiava gelsi bianchi essiccati, o cioccolato puro al 99 per cento. Immancabilmente, un whisky amaro e intenso, delle Ebridi, della fine del mondo insomma. Scriveva essenzialmente di notte. Scriveva con sopra il comodino le forbici zuppe di ruggine. Immaginava cose. Talvolta esse prendevano forma e lo accerchiavano. Mentre gli altri della sua specie dormivano, lui era obbligato a costruire ponti: vie di fuga dentro cessi o foggiatura di cifrari onirici, a seconda del caso, per salvarsi il culo. Quando era fortunato le cose restavano ferme e smorte, e aveva tempo per studiare a memoria i loro punti deboli. Ne rimaneva affascinato. Quasi sempre, però, la luce verde si miniaturizzava e le cose acquistavano movimento: improvvisamente la stanza si riempiva d’eventi sparsi. Potevano essere violenti oppure dolci: e alcune strane rovine gli crescevano in testa. C’erano le mani. Le spalle. La pupilla si dileguava in cunicoli. Tutta questione di controllo. Una notte accadde una cosa perché lui la pensò. Prima non c’era, ma adesso, come per magia, sì. Si ritrovò in una stradina stretta e lunga, dove penetravano fiochi fasci di luce a causa dei palazzantichi che germogliavano intorno. Era una città reale dove aveva vissuto, o un luogo programmata dal suo inconscio lunare? 

E lui era un semplice contenitore o qualcosa di più strutturato?

 


 (da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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