Roma 1998.
Avrebbe dovuto capirlo, il quattordicenne Michele Della Notte, che già il nome della strada era un campanello d’allarme: Vicolo Del Colle Della Strega. Dalle parti di Fonte Meravigliosa. Al civico 15 c’era un villino nero contenente appartamenti, taluni abitati. In uno viveva Asia Santoni coi suoi genitori. Ci viveva anche suo cugino, Fulvio Jenanti, che Michele aveva conosciuto all’Extra Ball un pomeriggio marcescente, e insomma da cosa nasce cosa: le risse, le derive geografiche, e poi anche il rito del fumo, spesso nel quartiere di Fulvio nel villino della Strega – perché Michele e Milo amavano girare Roma coi mezzi pubblici, scalfirla, decodificare i richiami degli angeli maligni: restavano attanagliati per settimane nelle loro cortecce. Asia era bella. Era un paio d’anni più grande di loro. Milo le parlava quando salivano in casa, Michele invece restava silenzioso, virginale, la osservava, si sorprendeva a spiarle le grandi tette ondeggianti sotto il maglione, il collo magro, i capelli finissimi e corvini. Spesso fumavano nella sua camera: con lei anche Fulvio era stranamente taciturno. Ogni tanto venivano ragazzi più grandi a prendere Asia, perché lei usciva solo con tizi di vent’anni, e in quei momenti Michele era triste: se andava lì era soprattutto per lei. E’ strana e matta, mia cugina, diceva Fulvio. In casa tenevano un gatto, bianco e grasso. Era sordo, come capita spesso ai gatti bianchi. Questa cosa a Michele lo lasciava secco: ne testava le limitazioni emettendo rumori dietro le spalle. Il gatto non si girava né drizzava le orecchie. Appena lo notava con gli occhi, però, schioccava via come un fulmine. Un giorno Asia gli aveva detto che IL GATTO E’ UN PORTALE, ed è consigliabile averne sempre uno in casa. Michele non capiva, guardava la bocca di Asia fischiar suoni ma non la capiva, spiava il suo corpo, gli occhi: lo folgorava. Non v’era dubbio che quegli appartamenti fossero talmente distanti dal mondo che la loro essenza fosse benefica, consolatoria. I ragazzi trascorsero l’estate fra le medie ed il liceo in quella zona. Con Fulvio raggiugevano casa di Andrea Lusina, a due passi da lì: viveva in quella che Milo aveva ribattezzato FORTEZZA, in pratica un palazzetto grigio e puntuto al 163 di Via dei Genieri. Di fronte a loro, il centro sportivo dell’Esercito: un vasto campo verde circondato da piste d’atletica. Tutt’intorno, palazzetti che erano stati costruiti per le famiglie dei militari: casacce popolari da due soldi che alla fine degli anni novanta erano diventate banali forme amorfe, illuminate da un sole verde e stanco. Con Andrea e Fulvio andavano a comprare l’erba a Piazzale Dei Corazzieri Militari. Il ragazzo che gliela vendeva, un tipo che non diceva mai il suo nome, spiegava che quello era il luogo più sicuro per fare gli scambi, visto che nessuno si sarebbe sognato di controllare quella zona. Se fai il maggiordomo del Papa, e gli pisci in faccia, lui non se ne accorgerebbe mai, perché sarebbe cosa talmente ostentata e inaspettata e impossibile che il Papa non potrebbe crederci nemmeno vedendolo: al massimo, risulterebbe una scena relegata al mondo dei sogni, e per questo non perseguibile. Piscia, che tanto non se ne accorge. Più o meno questo diceva quel ragazzo mentre gli dava i pezzettini verdi, e Michele inconsciamente appuntava nella sua testa rituali, movimenti, insomma le cose che vedeva e sentiva. Materia da romanzo della quale intuiva la preziosità, anche se non s’accorgeva di appuntarla. Trascorrevano i giorni verdi a fumare e pisciare in faccia alle gerarchie ecclesiastiche. Un pomeriggio Milo non c’era, e Michele stava in camera con Asia mentre Fulvio era al cesso. Lei fumava le sue sigarette, preparate in un modo segreto. Cosa contenessero restava ignoto. Quel pomeriggio il gatto bianco era sulle ginocchia di Asia. Lei fumava, e Michele la guardava blaterare cose di poco conto mentre il gatto guardava Michele. Asia non offriva mai nulla, fumava, boccate sempre più violente, belliche. I capelli corvini perdevano platealmente spessore ad ogni inalazione; il seno diventava altro. Michele intuì l’esatto momento in cui le coscienze di Asia e del gatto si scambiarono. Fu solo un momento, rotto dallo sciacquone azionato da Fulvio.
Una volta iniziato il liceo, Michele vide sempre meno Fulvio, e di Asia non seppe più nulla. Poco prima dell’esame di maturità lo incontrò casualmente in un pub del centro. Fulvio sfoggiava una barba corvina: ormai sembrava un uomo adulto. Parlarono di tante cose. Per due anni Fulvio aveva frequentato una donna matura: il marito era stato consenziente, li guardava mentre scopavano. S’era così creato uno strano affiatamento triangolare, che li aveva spinti persino ad uscire assieme, bazzicare i cinema, fare sport: una sana famiglia del terzo millennio. Il mondo è bello e strano, spiegava lui, e Grin lo ascoltava con interesse erotico, gustando la poetica decadenza del mondo, la bellezza nerolucente della sua specie. Purtroppo la donna s’era ammalata di cancro pochi mesi prima, e con assurda rapidità era morta. Una storia straziante. L’atmosfera che aveva permeato il funerale, con gli sguardi del marito e di Fulvio che s’abbracciavano, era stata un’esagerazione d’amore. Michele comprendeva bene quanto i giorni della vita fossero null’altro che magnifici sogni. Chiese a Fulvio come stesse Asia. Non vive più a Roma, studia a Bologna, abita lì. Non so nulla.
L’estate della maturità Michele compì lunghi giri in auto dentro Roma deserta. Una mattina, sfrecciando fra Via Cesare Pavese e Via Rocco Scotellaro, notò un campo da basket sul quale s’affacciavano una curiosa serie di palazzi, che gli parvero lo specchio del film “Finding Forrester”. Un pochino più avanti, sempre lungo Via Cesare Pavese, c’erano edifici anneriti e marci, contenitori di balconi concavi e piante viola.
Paiono i giardini pensili di Babilonia dopo una tempesta di fango, pensò.
(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)
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