Roma 2005.


I.

ZAET BOREALIS.

Ci siamo allenati per anni a uccidere Dio. Intendendo con questa parola la commedia architettata dagli umani per prevenire l’insorgere della morte. In quel periodo s’era giunti al culmine dell’opera omicida. Il concetto di coppia, di famiglia era sparita, almeno fra le mandrie di tizi ch’erano soliti vagare di notte, sparendo dentro grossi cappotti astrali. L’idea di procreare era semplicemente ridicola: l’Unico prevaleva. Solo l’arte fine a sé stessa. L’autosegregazione in appartamenti periferici, dove era impossibile essere raggiunti. L’utilizzo di maschere assurde fabbricate da artigiani fidati. Ovviamente si privilegiava la meditazione in quanto quadratura del tutto, oppure il coito egoista: e la masturbazione, che diveniva una forma di divinazione, di trance, di preveggenza. L’unico paradiso che mai avrebbero visitato era quello del galleggiamento ipnotico che nasceva al tramonto. Da soli, in una camera d’hotel senza essere raggiungibili, un’isola benedetta: sparire, dimenticare, comprendere. A quei tempi una camera d’hotel era tutto. Nelle piovose sere d’autunno saliva in macchina: come sempre avvistava l’uomo dagli occhi rossi seduto sul sedile posteriore, perfettamente silenzioso. L’aveva notato da qualche settimana. Sembrava innocuo. Non sapeva con precisione, però, e sperava di potersi fidare del suo sesto senso. Andava a lavoro in piena notte. Prima di partire si concedeva un minuto di silenzio. Solo i piccoli insetti d’acqua che cadevano sul parabrezza, righe crepuscolari. Erano sere umide e piovose e l’uomo era lì dietro, non diceva nulla, e lui accendeva il motore e pensava che le parole del mondo hanno troppe lettere. Poi guidava immerso nel selenio.

Ci siamo allenati per anni a tagliarci il cuore. Lasciandoci o salutandoci negli aeroporti del mondo. Lui si ricordava bene. A quel tempo gli pareva di attraversare una serie interminabile di sogni. Passare da una sequenza all’altra come fosse un burattino nelle mani dei quanti. Nemmeno dei libri ci si poteva fidare. Altro che “Sodomy Summer” e la visione del frigorifero. Altro che Encoruos. Altro che Konwicki. Altro che gli studi sui viaggi astrali. Unicamente molteplici scene confuse. Pensò che la voce adatta a narrare la storia potesse essere quella di David Sylvian, magari accompagnata dalla tromba di Jon Hassell. “Secrets of the Beehive” parlava indiscutibilmente della sua vita. Di quando non c’era speranza ma solo una continua serie di bagliori estremamente preziosi. Viveva in un sottoregno e ci stava bene. Ivi non esisteva l’idea di spazio, come nel sovraregno umano: c’era solo il Tempo, che s’allungava o accorciava: vivevano come gufi neri del dormiveglia, e l’idea di corpo era tutt’al più eccentrica. La solidità sta nel Tempo, ma Esso non esiste, dunque la perdita di coordinate è automatica, necessaria: gli astronauti sono forse gli unici che possono comprenderlo. Mentre guidava per andare a lavoro, immerso nel buio della pioggia, soave, col silenzioso uomo dagli occhi rossi sul sedile posteriore, pensava: un giorno gli astronauti e gli scrittori coincideranno. Intanto però balzava da un sogno all’altro, e nemmeno i libri erano d’aiuto, nemmeno di essi ci si poteva fidare: nelle cose dette o scritte dall’uomo non si può confidare, almeno non quelle posteriori al diciassettesimo secolo: prima di quel tempo, se non altro, esisteva ancora il senso del mistico e della decenza. Ma poi si è lentamente scivolati verso un grosso pozzo. Il 1900 è stato il momento più basso (oppure il più emozionante se pensiamo alla società dello spettacolo). Guidava l’auto di notte e capiva che migrava da un sogno all’altro e forse la vita consisteva in questo, fintanto che, ovviamente, avesse deciso di vivere in questa dimensione. Che periodi intensi. L’unica concessione materiale erano le ragazze. Per esempio lei. Per anni, con lei s’erano tagliati il cuore negli aeroporti del mondo. E ci si era allenati a tradurre i segni nascosti dietro quegli eventi. Una volta l’aveva lasciata ai controlli della dogana e s’era allontanato da Ciampino. Non sapevano se si sarebbero mai più rivisti. Guidava. Come al solito pioveva. Era il 26 novembre del 2001. C’era un’auto che lampeggiava furiosamente dietro di lui, voleva passare a tutti i costi. Non si levò subito. Rischiò d’essere speronato. Alla fine cambiò corsia e la fece passare. L’auto clacsonò e s’allontanò in picchiata. Lui la maledisse. Poco dopo riuscì a metterla a fuoco nella coltre di pioggia: la vide slittare e cader fuori dalla strada: l’auto si capovolse nel mare d’acqua, sparendo nel buio. Il regno di pioggia continuava. Guidò con calma fino a casa. Quella sera aveva scoperto di possedere dei poteri. Il giorno dopo trovò la notizia sul giornale. La lesse con fredda indifferenza, la mano immobile che teneva la pagina fra le dita. Della voce umana certamente non ci si poteva fidare. Servivano altre strade. Forse, nonostante tutto, l’amor giovanile era una delle poche cose che avrebbe salvato: ma stava anche comprendendone la triste caducità, e dunque il suo limitato potere. C’era sicuramente da confidare negli eventi atmosferici, che di misteri non ne contengono affatto: sono puliti, perfetti. Poco prima di lasciarla in aeroporto per tornare all’auto, avevano circa vent’anni, le aveva chiesto come facessero a persistere in eventi di questo tipo, a resistere all’assedio. Lei aveva detto: ci siamo allenati per anni a marmorizzare i nostri corpi, in attesa di tempi migliori. Poi avevano aperto l’imbarco. Le misure di certi bagagli non erano regolari. Ho dimenticato di comprare le gomme, aveva detto lei.


 II.

ZEZAL 2.

-       Sai che Edgardo Sogno scrisse un intero capitolo di Sodomy Summer con un’eggregora in cucina? – gli disse il ragazzo col cappuccio.

-       Eggregora? Intendi un’entità? Quale capitolo? – chiese Enobarbo.

-       La finestra di Giada. Sì, un’entità. Una di quelle che si generano quando c’è troppo materiale psichico nell’aria. Nel suo caso, sommerso com’era da mostri cartacei da lui forgiati ed ammassati nelle sue braccia o dietro gli occhi, perché sai bene quanto scrivere sia sfiancante, Sogno generò facilmente e senza volerlo una vera entità. Non sapeva cosa fosse. Ma in un’intervista pare abbia detto d’aver trascorso i mesi da settembre a novembre chiuso in casa a scrivere, con l’eggregora dietro il frigorifero che faceva capolino. Sogno non usciva praticamente mai e, complice il ritmo sfiancante di scrittura, cominciò a badar meno alla presenza dell’entità. In piena notte soprattutto, quando le luci erano assenti tranne una lampada, vedeva gli occhi rossi della creatura nelle stanze lontane. Dopo un periodo di distacco terrorizzato non diede più alcun peso all’essere. Persino la mattina, quando appena sveglio trovava le sue cose spostate sul comodino, non si scomponeva. Tornava alle sue faccende e a metà pomeriggio riprendeva a scrivere, sempre sul tavolo della cucina come aveva fatto per ogni libro, sempre sommerso dai mostri, con la presenza eggregorica totalmente accettata. Ma improvvisamente un giorno, quando terminò il capitolo, si ritrovò solo. La casa era tornata vuota tranne che per lui.

-       Non so che dire…

Era più o meno la metà degli anni zero e la città non aveva forma. Enobarbo aveva parlato di quella strana vicenda col suo amico e nei giorni seguenti aveva continuato a pensarci. Una sera fuori dalla Stazione Tuscolana era tutto buio. I lampioni erano fuori uso. Amava quei momenti. La città si vedeva appena, mostrando forme inaspettate e diverse. Nuovi fossili. Alberi mano di strega. Gli edifici più chiari sembravano costruzioni lunari. Tutto è meglio e spoglio nel buio. Le sue pupille diventavano subito serpentine. La musica perdeva importanza. La città era nera…Come quando fra mille anni sarà tutto morto e abbandonato, e gli elementi della modernità saranno completamente avvolti nel buio, orfani dell’elettricità: cioè il buio che v’era prima delle città. Passeggiava senza fretta nella città nuova e oscura. Poi raggiunse zone rischiarate. Arrivò alla strada di casa fin troppo visibile. Salì su. Suo fratello non c’era, ormai viveva stabilmente nelle case in fondo a Via Stefano Infessura. Un nome che gli era sempre parso come un presagio, un passaggio, una serratura - visione di sabbie mobili annerite, dimenticanza. Pensava a queste cose e acquisiva una calma stupefacente. Si lavò la faccia e i denti. Fece pipì. Ogni tanto pensava al mistero di suo fratello, ch’era sparito per quasi un decennio, senza dar notizia di sé. Da quando era tornato non avevano mai parlato a fondo: e a lui quell’evento appariva come qualcosa d’opprimente, inespletato. Collezionare vite non era gradevole. Durante la sua assenza s’era allenato a prenderne il posto, persino il nome: Vipera. Ma da quando il fratello era tornato, il suo corpo s'era come duplicato, errante. Solo le passeggiate lo rincuoravano. Solo le chiacchiere con amici fidati. Tamponò la faccia bagnata con l’asciugamano. Poi andò in camera con la luce spenta e s’addormentò. Rincontrò quasi all’istante sé stesso nella città buia di mezz’ora prima.

 


 (da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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