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Appunti e pensieri dal diario di Kir, l'Onironàuta.
I.
a) E dunque gli onironàuti. Questi allegri perdigiorno s’interessano della toponomastica della città e delle sensazioni che producono certi nomi ad essa collegati; ad esempio, Largo Valsabbia: che un onironàuta lesse come LARGO VAL SABBIA. Questo pensiero stimolò la sua curiosità e devozione. Decise di andarci. Arrivato, purtroppo, trovò solo un’enorme piazza circondata da palazzacci. Ma non restò deluso, era pur sempre Largo Val Sabbia: la piramide e le oasi dovevano essere nascoste, c’erano sicuramente. Urgeva erigere un tempio: il nuovo nome della piazza finì nel catasto onirico del Castello. Tutti i nomi delle cose interne alle città hanno un senso primigenio. E la loro percezione è soggettiva;
b) Molti onironàuti esultarono alla notizia che in California fosse stata appena scoperta una misteriosa pianta erbacea che viveva sottoterra, con fiori e frutti, e che si estendeva per quasi due chilometri quadrati, ininterrottamente. Bisognava studiarla a fondo e portarla a Roma. Poteva essere il coronamento degli studi botanici dei pinkatiani, che progettavano palazzi d’erba e giardini nascosti lungo tutta la città. Certamente una pianta simile poteva essere una fonte d'acqua e verde per tutti gli abitanti della Capitale, oltre che una nuova e meravigliosa divinità. Una pianta (un essere vivente) grande quanto una città, e che le sta sotto, è un simbolo potentissimo, salvifico e primigenio;
c) Camminare camminare camminare: basta questo, non serve più né arte né letteratura…Tentare di riportare su carta i pensieri liberi del cervello li rende già obsoleti…La verità assoluta sta nel camminare, godere i passi, modificarli, seguire angoli che ci attirano…Se decido di camminare da dove mi trovo, potenzialmente posso raggiungere ogni luogo del mondo, correndo, scalando, saltando, nuotando, sempre usando i piedi, con movimenti diversi…Camminare e nient’altro…Flanerie catartica. Anni prima Ian Hacking, ne “I viaggiatori folli”, aveva parlato di Albert Dadas come di un “burattino nelle mani di un sogno”. Forse era stato proprio quel testo leggendario a spingere ancor più i corpi febbrili – onironàuti, onuranòidi, odepòrici, hodoepòricon, odorosoùsque, odoròfoni - a muoversi, ovunque, sempre, ininterrottamente, in nome del folle determinismo ambulatorio che governa la cerchia dei marchiati e li riporta a casa la sera con le piante dei piedi in fiamme, dimentichi assoluti di dove siano stati e cosa abbiano fatto. Un giorno, i piedi governeranno i regni del mondo. Le perdite d’identità ispireranno i capolavori letterari del futuro. E c’è da scommetterci il culo che Keith Richards sarà ancora vivo.
II.
Camminando nelle cattedrali senza altare sono
libero, e vedere all’improvviso riflessi di luce bagnare una composizione di palazzi romani m’ha fatto gioire più di quando ho visitato il Louvre o ho assistito al passaggio di balene in Patagonia. Il mio nome è Kir. Vago per Roma, e con me altri milleuno…Ci siamo persi nei meandri del quartiere Coppedè, abbiamo ingrassato i sensi nei pressi di Villa York, morti d’oblio nel Complesso del Buon Pastore a Via di Bravetta, e pregato assieme sulla terrazza condominiale dei palazzi Federici di Via XXI Aprile, dove la Loren s’abbracciò con Mastroianni in quel famoso film…Abbiamo affinato certe lingue misteriche, aggiungendovi sfumature ironiche, per parlare fra noi in codice ma anche per divertirci. Nelle frequenti derive compiute fra Villa Poniatowski, Villa Giulia e Villa Strohl Fern, siamo incappati più volte in un insegnante errante del Lycéè Chateaubriand (una scuola pubblica francese di Roma): l’abbiamo fatto entrare nel gruppo, e lui ha ricambiato il favore insegnandoci quello che nella sua scuola viene definito
“Chateaubrianais”, una specie di lingua franca (pidgin) usata dagli alunni
italiani e francofoni per parlare fra loro, cioè un mix di termini italiani
francesizzati e viceversa. Un bilinguismo situazionista, in pratica. Molti di noi ormai lo usano frequentemente per parlare indisturbati di
cose private. Io stesso ho affinato un attimo livello di conoscenza dello
Chateaubrianais (che, con mia grande sorpresa, mi è stato utile quando ho conosciuto personaggi interessanti durante alcune derive improvvisate che feci a Parigi attorno al defunto Les Halles, o “perdendomi”
nei due triangoli opposti di Sentier, così come nel Passage Choiseul e sopra le
alture dominanti la Gare de Lyon). Molti compagni onironàuti hanno narrato di aver scoperto idiomi dialettali diversi a seconda
del quartiere di Roma esplorato, ognuno con caratteristiche specifiche,
e ognuno, col tempo, pazientemente catalogato: per esempio abbondanza di occlusive uvulari sorde fra Piazza dei Mirti e Villa Gordiani; ipnotici
termini simil- onomatopeici a nord di Villa Borghese, specialmente nelle vie limitrofe ai muri dello zoo; aspirazione particolarmente mantenuta di
vocali (riportato anche in certe scritte sui muri tramite uno spirito aspro di
forma semilunare) nella parte est del rione Trevi o fra la stazione di Trastevere e Viale dei Quattro Venti; fonemi disturbanti e svolti interamente in gola, che quindi funge da cassa di risonanza, nella parte più mondana del Pigneto; avvistamenti acustici di pin-pen merger, e dunque confusione fra la “i” e la “e” davanti a consonanti nasali, tra Piazza Socrate e Via di Villa Madama; espressioni di stampo trilussiano,
fabriziano, o più recenti di stampo mocciano, immerse in un delirio di
consonanti clic, fra la bottega Gombo e Piazza Manfredo Fanti (“nunn voi venì cco’ me? Tlac tlac. Ciccia ar culo!”); talvolta, sparute macchie di slang neo-abruzzese ad Anagnina. La città è varia e viva. Un covo di scorpioni meravigliosi. Flussi sempre nuovi di etnie umane creano amplessi curiosi e possibilità incantatorie. E’ per questo che alcuni
linguisti del Castello si stanno specializzando nel “Sabir” - o Lingua Franca
Mediterranea – cioè quell’idioma che venne usato nei porti del Mediterraneo fra i commercianti europei e quelli arabi o turchi, dall’epoca delle crociate fino all’ottocento. Affinare questo idioma, così come tutti gli altri meritevoli d'interesse (chinglitalian, fanagalo,
cocoliche, aoiano tiburtinesco, gorillainù, cthulucrainian, garbatellusk, e le antiche lingue piratesche), permetterà un giorno agli onironàuti di possedere
un unico codice segreto di contatto, utilizzabile sia fra i connazionali
italiani che fra gli italiani e gli stranieri (questi ultimi, ormai, fetta corposa della Capitale). Secondo me siamo finalmente arrivati ad un nuovo 753 a.C., ovvero lo 0 i.c. (Incantatore c’è), e servono nuovi calendari.
Roma la conosciamo a memoria. Abbiamo visto: parchi, palazzi, luna, ragni,
piazze, brezze, finestre che danno su cortile segreti, belle donne, begli uomini, chiese, soli, terrazze pazze. Le strade della città seguono istinti genitali. Più che toponomastica: TOPONANISTICA. Così
sia per sempre. E nella notte speriamo sempre di udir piangere una scatola con tanti denti, altrimenti detta pianoforte, quando viene colpita; lo ripeto a memoria per salutare i miei amici: “bigfala bokis garem plande tit, iu hitim hemi kraeout”.
Sogno una città vivente, con organi erbacei che vibrano al di sotto della superficie, e che si ramificano in cavità, anfratti, falde acquatiche,
catacombe, gallerie della metro fosforescenti e fogne tropicali. Un’immensa famiglia poetica. Il segreto è Amor, o Venere, non ricordo, ma lo blatero nelle
prime piccole ore dell’alba. Uso ancora il Leet, è utile per scambiarci
messaggi sui muri della città. E mi rammento sempre che tutto finisce al Colony. Spirito, Spirito Della Sera, dacci stelle luminose stanotte, e fa che i giorni che verranno siano luminosi.
III.
Esistono giochi e videogiochi davvero
estesi. Per esempio, un simulatore di volo
che replica in scala 1:1 la Terra, o Minecraft, che è
teoricamente infinito, ma che in pratica fa crashare i server dopo
una
certa (enorme) distanza. E che dire del vecchissimo (e caposcuola)
The
Legend of Zelda? Prima forma di libertà di movimento
in un videogioco, psicogeografia originaria da joypad.
Quando Shigeru Miyamoto e Takashi Tezuka lo crearono
nel 1986, decisero che il protagonista avrebbe potuto spostarsi a suo
piacimento all'interno di un vasto scenario naturale, che a sua volta
comprendeva diversi ambienti dove
si annidavano i mostri da sconfiggere. L'idea per il videogioco, si dice, fu
ispirata a Miyamoto dal ricordo delle ore passate
da bambino ad esplorare i boschi, le grotte e gli spazi aperti
dietro la sua casa naturale di Kyoto, senza l'aiuto di alcuna mappa. Miyamoto
decise così di regalare giardini in miniatura
a
tutti coloro che avrebbero giocato a Zelda. I videogiochi migliori sono quelli
con open
world,
perché non sono chiusi,
e sono i più simili alla vita reale. E oggi ci sono videogiochi talmente
realistici, composti da scenari praticamente immensi: se "facciamo perdere tempo" all'eroe di turno fregandosene del cammino stabilito, e invece cominciamo ad esplorare i confini delle mappe per
giorni, o addirittura mesi, all'eroe crescerà perfino la barba! Così come al
tizio seduto davanti al pc,
aggiungo
ridacchiando.
IV.
Tutti
i videogiochi che utilizzano la generazione procedurale mi fanno
impazzire. Per esempio quelli ambientati nello spazio: girare
da un pianeta all'altro: ed ogni posto, ogni esperienza è completamente
unica, irripetibile. Essendo la generazione di questi
universi procedurale - cioè avviene attraverso un algoritmo – il risultato
finale e l'esperienza sono quanto di più vicino
all'immaginazione pura. I moderni videogame che sfruttano
tale algoritmo sono meravigliosi; ma è bene ricordare chi
furono i genitori che li crearono: “Rogue” (1980) generava mondi composti da
caratteri testuali,
in cui era davvero piacevole perdersi, nonostante ormai
risultino del tutto antiquati. Ma il vintage salverà le
nostre
vite. Anche ciò che abbiamo oggi (e consideriamo tecnologia
avanzata) sarà il vintage del futuro. Nel 1986 uscì “Explorer”
della Electric Dreams per Commodore 64, e “Spectrum”,
nel quale si vagava per milioni di pianeti in cerca di oggetti specifici. E
ancora, “The Sentinel” di Geoff
Crammond,
“Elite” (1984), “Captain Blood”, “Federation of free
traders”, “Lizard's eye”, “Persona 3”, “Gummo and the house”,
“Diablo”, ed, infine il pantagruelico (e biblico) “Minecraft”. I giorni scorrono
anche oggi in maniera procedurale, ma io credo comunque nel libero arbitrio
sopra tutto.
V.
Dicono che Roma sia un teatro a cielo aperto, e per questo motivo (inconsciamente) molti dei suoi abitanti sono attori per passione (quindi, in realtà, lo sono per natura). Tutti quei testi antichi e moderni imparati a memoria per essere qualcun altro, su un
palco, come fosse un lunghissimo sogno. E'
un lungo viaggio nella notte. Cose che dureranno una vita. Cose che resteranno per sempre; magari un istante prima d'addormentarsi, o nella sala d'attesa prima di una visita medica, o fra una
stazione e l'altra di un treno, mentre il vagone vibra un poco, e la nostra bocca mormora di ore stanche e baci dimenticati. Roma-Terra-di-Ragni? Di incubi e ricordi? Perché no. Potrebbe essere una metafora silenziosa. Mi viene in mente un
passaggio di un vecchio libro di Cortàzar, che ora riporto:
- Ho sognato un museo terribile.
- Me lo hai già spiegato.
- Neppure noi parliamo molto, adesso.
- Certo. Colpa dell'umidità.
- Però è come se qualcosa parlasse, come se qualcosa ci utilizzasse per
parlare. Non hai questa sensazione? Non ti pare che siamo come abitati? Cioè...E' difficile, davvero.
- Transabitati, piuttosto. Senti, non può durare per sempre...
- ...
- Se vuoi che ti dica la verità, ho l'impressione che stiamo allevando ragni o
centopiedi. Li curiamo, ci dedichiamo completamente a loro, e crescono, in
principio erano degli animaletti da nulla, quasi carini, con tante zampine, e
d'un tratto eccoli cresciuti, ti saltano in faccia. Mi pare di aver sognato
anche dei ragni, ricordo vagamente.
- Senti Horacio, a quest'ora fischia come un pazzo per festeggiare l'uscita di
Gekrepten. Che tipo
Nel 1996, esattamente la
notte del 3 marzo, affittammo con cinque
amici la stanza 541 dell’Hotel Excelsior di Via Veneto. Restammo tutti seduti
sul tappeto, silenziosi come uccelli notturni.
In attesa. Più o meno quella notte mi resi conto che il
periodo della mia giovinezza era finito per sempre.
(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)
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