Roma 2006.
I.
D’altronde erano giorni elicoidali. La Stazione Termini era un porto franco immerso nei mari di Roma. I ragazzi nati negli anni ottanta crescevano e perdevano colpi. Molti mantenevano abitudini malsane - astratte zone di conforto umorale. Qualcuno invece stava magnificamente risalendo la china. Franco Tenebra aveva praticamente ultimato il libro definitivo delle derive future dal titolo "I Fiori Morti". Moonhead s’era tirato fuori dal giro chimico pesante. Er Bestia bazzicava ancora il laghetto di filippini che s’era creato nella zona della Rustica, terribile centro di smistamento shaboo. Vinicio e Gianni avevano già visto Richard Benson al Coetus Pub nel dicembre 2005, ma quella notte sarebbero comunque andati al concerto all’Alpheus: con loro, un pacco di farina e uova. “Know yourself, know your sadness”, aveva talvolta detto Siddarta ai ragazzi del White Local, anche se non tutti erano divenuti i sapienti che Egli sperava. Pazzo In Culo era sparito da tempo, le sue tracce restavano ignote. Gianni Tulsa lavorava come fonico in certi locali, la paga era discreta e la birra gratis. Er Vipera frequentava ancora le bische di poker, seppur con estrema discrezione: talvolta incontrava la gente importante nella cappella della Stazione Termini, lontano da occhi indiscreti, per scambiarsi informazioni riservate; il prete che gli faceva da palo riceveva una fetta minuscola del paniere, usata per comprare vestiti, cibo e cassette pornografiche. Leilàni si eccitava all’idea d’essere dominata sessualmente: però il più delle volte si obbligava lei a dirigere il ritmo del film: la faceva sentire in pace con sé stessa. Milo osservava le nuvole dalla finestra e tentava di riprodurle su carta, mutandole poi in animali leggendari o corpi contundenti. You are strange as the light in the morning before it rains, aveva scritto una volta Grin su un post-it, appiccicato sul frigorifero d’una cucina di Spagna prima di uscire dall’appartamento, e prima che lei si svegliasse. Laura pensava che la gente s’innamora quasi sempre per i motivi sbagliati. Pensava anche che la profondità del mare è una poesia: una corda di barca che entra nell’acqua, poi lentamente sfuma e scompare…Pensava anche a quanto ero stato divertente spaventare quel ragazzo col coltello nella stanza da letto. Er Chiappa aveva sognato che un enorme silos di naloxone sorgeva sui prati di Tor Bella Monaca; pochi giorni prima aveva incontrato Massimo Marino in una pizzeria di Piazza Santa Maria Ausiliatrice: Massimo gli aveva fatto un’intervista e l’aveva invitato in un locale di scambisti il giorno dopo, perché gli serviva un opinionista per la diretta di “Viviroma”. Martino aveva provato a leggere “Tarda Estate” di Stifter su consiglio di Grin: era impazzito di noia. Sul Lungotevere, la seconda scala dopo Ponte Umberto era completamente inondata di siringhe usate, lacci, fazzoletti rossi e buste della vicina farmacia del Senato: Bucaneve c’aveva passato molti pomeriggi, e dopo la botta era sempre rimasto ad osservare il fiume in pezzi, tentando di ricordare qualcosa imparato a scuola, tipo navi romane invincibili verso il mare aperto, le terre d’Oriente e le spezie: insomma qualcosa di bello, d’antico; poi la Luna Blu l’aveva portato a Villa Maraini , dove aveva trascorso un periodo duro e felice, riprendendosi: ma una notte d’improvviso la Luna Rosa l’aveva scacciato e gettato nella tempesta e le vele erano cadute in mare aperto e di lui, infine, s’erano perdute le tracce. “Ho pochi ricordi di me”, aveva realizzato un giorno Nòttola; era accaduto un anno dopo che l’aveva lasciata. Tutto era avvenuto con furore immotivato, proprio mentre Nòttola stesso enunciava in silenzio: Lasciamoci così, con rabbia, la vita è costellata di furie e rimorsi. Da giovani bisogna essere cattivi. Da anziani avremo finalmente fagocitato e superato tutto, compresi i cammini passati, soprattutto gli errati. E finalmente saremo più saggi e pazienti e rinunciatari, e ci ricorderemo con cura di quando eravamo stati cattivi. Come in quei film in cui il personaggio ha una lunga storia dietro le spalle ma noi non la conosciamo, e il non parlarne fino almeno a metà film rende il suo volto fottutamente interessante. Edgardo Sogno aveva giustamente scritto nelle note a pagina 48 di “A Water Babies": Abituarsi al distacco, alla fine, all'abbandono. Superare le distanze e lo scoglio di tempo. Essere in divenire. Abituarsi alla fine delle cose. Prepararsi…. Erano giorni elicoidali e fumeggianti. Dio aveva la flatulenza e la brezza scompigliava i capelli dei cittadini. Maria aveva il mestruo. Lo zoo era tragicamente silenzioso. Il sindaco di Roma nella merda come sempre. Le ragazze erano tutte stupende e terribili. I ragazzi - ma c’era ben poco da dire - guardinghi e silenziosi. Sarebbe bello, pensò Bruno, restare imprigionati in una canzone, perché il mondo da essa creato è, potenzialmente, più infinito dell'Universo. Gli impiegati del Campidoglio stavano impazzendo e non sapevano che pesci pigliare: i cittadini li stavano per sgamare. E i cassonetti marci d’estate, le strade tristi d’inverno. Il litorale laziale in dicembre come morte della speranza. Fortunatamente c’erano un pugno di poeti e visionari che, rintanati nelle soffitte periferiche, ancora scrivevano d’uomini, di macchine, di imprese, di draghi e furore. Grin pensava solo ai libri e alla fica: era ancora un oggetto transnettuniano e vagava ai bordi del sistema solare, in attesa del nuovo passaggio di Nibiru vicino alla Terra. Un pomeriggio Milo l’aveva chiamato, chiedendogli dove fosse.
- Sono alla fine della Casilina, vedo il Raccordo Anulare. –disse Grin.
- Che ci fai così lontano dal centro?
- Io appartengo ai regni di confine, dovresti saperlo.
- Non dire cazzate. Ti ricordi che oggi dobbiamo incontrare quel tizio a
Piazza Capranica? Dobbiamo
parlare del corto. Forse hanno trovato i fondi.
- Quale corto?
- Mi prendi per il culo?
- No, no. E’ solo che sono un po’ confuso. Ho la testa come una foresta di rovi, covi di serpe funesta. Te non capisco. Tutti voi no capisco. Parlate troppo difficile. Diffivile.
- Allora mi prendi veramente per il culo. Ti picchieremo. Sono anni che me lo riprometto.
- Un calderone di serpenti, un paiolo di serpenti, un braciere quasi spento di serpi.
- E continua…
- No, no. E’ solo pensiero veloce che blatero acquoso. Parlo come sogno.
- Penso che tu sia un Tommaso Landolfi nato nel 1984. Una sua estensione tecnologica. Oltre che un
grande stronzo.
- Forse dovremmo lasciar perdere la storia del corto e concentrarci sul dominio del mondo tramite poesia turboromantica. Non amo che le rose che non colsi, diceva Gozzano.
- Gozzano, come te, aveva il cazzo che non s’alzava. Ci vediamo a Piazza Capranica alle sei e mezzo,
stronzo.
- Ok duca, a dopo.
Grin si stropicciò gli occhi e ridacchiò. Poi immerse la mano nella faccia. In effetti offriva resistenza. Il suo cranio era duro, presente. La sua faccia e il suo corpo fendevano l'aria e lo spazio. Potenzialmente, avrebbe potuto urtare e distruggere oggetti. Modificare il creato. Era una cosa viva. Osservò le auto sfrecciare lungo il Raccordo, e notò quel cancello a forma di ragno. Poi prese il tram e salpò verso il centro. Qualche giorno prima s’era incontrato col Vipera e Laura. Era stato un pomeriggio strano. Ma no, niente alcol, niente droga. Più che altro discorsi in divenire, chiuse improvvise in un angolo, sul quando, sul come. In tarda serata Laura l’aveva osservato con curiosità, e gli aveva chiesto, per rammentarglielo:
“Dov’era il
tuo corpo vent’anni fa?”
II.
Qualche settimana prima che tutti quei panda di carta s’incendiassero sotto casa di Vanni, sulla fanzine “IL DELIRIO” era uscito il seguente articolo, scritto da Y:
“A marzo, su un muro di Roma sono comparse le parole di una vecchia canzone dei Dexys Midnight Runners, scritte con tozzo pennarello nero. La parte più importante ovviamente era:
You see Robin, I’M JUST SEARCHING
FOR THE YOUNG SOUL REBELS, and can’t find them anywhere. Where have you hidden them? Maybe you should welcome the new soul vision.
...Potete raggiungere la via del muro
in questione se partite da Colle Oppio e proseguite su Viale delle Terme di Traiano, dunque girate a destra su Viale Fortunato Mizzi ed entrate nel parco
fatato. Camminate nel verde seguendo strade battute per calarvi nell’atmosfera adatta. Giunti ad
uno dei cancelli, uscite: sfuggite al parco! Colpo di scena! Vi troverete su
Viale della Domus Aurea. Ad angolo fra cancello e questa via inizia una stradina in discesa. Lì, immediatamente sotto una fronda di foglie che pende da un giardino privato, scostando i fiori viola e i germogli di frutta, guardando in basso potrete leggere le parole della canzone. Troverete anche una
poesia inaspettata aggiunta da qualcuno - sempre che non l’abbiano uccisa con inutili scritte coprenti. Malauguratamente, una poesia
d’amore. Cioè quella roba che nutre e distrugge tutte le cose, il carburante
del mondo, re o regina di crudeltà, eccetera. Qualunque sia la vostra opinione sull’argomento, quella zona è bella quando cade la sera. C’è
silenzio e pace. E a Roma, si sa, la sera arriva sempre con lentezza. E’ come se questa città facesse immergere tutte le persone dentro vasche del sonno nella maniera più aggraziata possibile. Accarezzandole. Fornendo
disinteressatamente sollievo alle ferite di tutti i suoi figli: i cattivi, i fuggiaschi, i lupi mannari, gli ominidi degli
uffici, gli innamorati, i codardi, gli stronzi, gli eroi.
Sarà che Roma è Toro, perché è nata il 21 aprile, e dunque è lenta, costante e dotata di senso dell’umorismo. Cazzate. La poesia del muro dice così:
Fuori è notte fonda,
dentro questa stanza non lo so.
La casa non ha orari, o stagioni, o tempo.
Le ombre mi danzano attorno: sono audaci e incomprensibili;
fasci di miele scuro prolificano negli angoli divoratori e divinatori,
letti di vecchie stanze dove forse mi trovo ancora, cose lasciate in cassetti
chiusi di antichi appartamenti.
So che in questo momento stai dormendo.
Così, per sfuggire alle ombre della mezzanotte, mi rifugerò in ciò che stai sognando in questo istante, e lì ti bacerò sotto alberi fruttati,
così che sul tuo volto addormentato sorga un sorriso
che nessuno vedrà.
"
(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)
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