Roma 2008.

 

I.

- Lo sai che molti anni fa vidi una lumaca gigante nel parcheggio di Fiera di Roma? – disse Grin.
- …Come sarebbe? – gli disse Nòttola.
- Sì, era notte fonda, stavo tornando da una festa a Fiumicino. Ho accostato l’auto per pisciare. Il parcheggio era deserto. Non c’era nessuno. E mentre pisciavo l’ho vista.
- …Com’era fatta?
- Era enorme, senza guscio. Sarà stata alta tre metri e lunga dieci. Il colore era grigio perla. Mi ricordo che la punta della coda e delle antenne era verde fosforescente.
- Fantastico. E tu cosa hai fatto?

- Per la paura mi sono pisciato sulla scarpa. Poi l’ho osservata con calma. Non m’aveva visto. Quando strisciava, produceva un rumore simile a un carrello sulla ghiaia, ma come fosse lontanissimo, impercettibile. Penso fosse il rumore delle auto parcheggiate quando ci strisciava sopra, stritolandole.
Meno male che non m’ha visto.
- Vabbè, ma tanto le lumache non sono carnivore, giusto?
- Non lo so. Quelle di dieci metri comunque non mi convincono.
- E’ una bella storia. L’hai mai raccontata a qualcuno?
- No. In effetti non c’avevo più pensato.
- Fiera di Roma anni fa era un covo di vipere. Un cimitero d’ossa. Non c’era nulla ed era buia. Fantastica.
- Ogni tanto sogno ancora la lumaca gigante. Striscia nel parcheggio fra la luce fioca dei lampioni. Mi dà molta calma, sai? – disse Grin.
- …Scusa…ma ‘sta lumaca non era una delle bestie di Luca Orloff?
- Ma quale, quello in “Sodomy Summer” di Sogno?
- Eh.
- Boh…

- Io vorrei tanto avere un cazzo fosforescente. – disse Nòttola.
- Ok. – disse Grin.


II. 

Abbiamo fame. Fame d’amore.”, scrisse Perdurante in una sua raccolta di poesie ormai introvabile. Che fosse vero o no, almeno per quanto riguardava Michele Della Notte detto Grin, egli era un giramondo e non perdeva tempo a razionalizzare. Il mondo era Roma e lui la girava come fanno i giramondo epilettici: trasferire il cervello all’altezza dei piedi, seguendo non più le scariche elettriche bensì i cambi di quota urbana. La città è la nostra cattiva maestra, buona sorella. Con sé il ragazzo portava sempre un coltellino multiuso, una fiaschetta riempita di whisky, almeno un libro, dei preservativi. Erano semplici amuleti. Ogni uscita era un’avventura: non puoi mai sapere cosa accadrà, chi incontrerai, se tornerai a dormire a casa, se finirai in galera o in paradiso. Quel giorno camminava dalle parti di Via Vetulonia, con la testa già a Porta Latina e Caracalla. Ascoltava i Global Communication e trincava un chinotto. Nòttola lo chiamò. Gli disse che doveva andare da Cornelius, perché finalmente aveva un buco libero. Ti ho già detto che non voglio andarci, siete tutti dei coglioni, disse Grin. Vacci e non rompere le palle, disse Nòttola. Faceva caldo. Grin fece una deviazione e passò a Porta Metronia, poi salì fino a Via di Sant’Erasmo. Era il cancello al 3. Ricordava ancora quella bella festa di tanti mesi prima, ma non aveva senso tornare lì, soprattutto per quello scopo. Era un uomo di scienza lui. Oppure un cultore della vera magia. Ma i tarocchi…Citofonò e salì all’ultimo piano. Sull’ingresso dell’appartamento trovò Cornelius che indossava una lunga tunica nera. 

Buongiorno Cornelius, stai facendo una messa nera o girando un film porno?, chiese Grin. Entra e bastadisse lui. 

Lo portò nel salone, lo fece accomodare su una sedia di velluto rossa; lui fece altrettanto. A separarli, un tavolino mingherlino di ciliegio. Bisogna avere più rispetto, senza rispetto non si ottiene nulla, disse Cornelius mentre tirava fuori le carte da una scatola d’argento, e poi la seduta sarà gratuita, sii almeno partecipe. Grin adocchiò un mobiletto bar: lo sguardo sarebbe rimasto fisso in quella direzione per i successivi trenta minuti. Ti ringrazio che non mi fai pagare nulla, però scusa, pensavo lo facessi per passione e culto…Renderla un’attività proficua non sminuisce la purezza delle carte?, chiese Grin, che restò in attesa, sempre guardando le bottiglie, frusciare di carte in sottofondo. Cornelius non rispose. Cornelius aveva un grosso pizzetto e gli occhi nocciola. Sfoggiava rughe al lato degli occhi, un filo di trucco nero sulla punta delle palpebre. Fece cadere a terra la vestaglia nera, rimanendo in calzoncini e maglietta. Grin chiese a Cornelius se suo fratello, l’altro Cornelius – quello più interessante, quello che per certi versi era stato determinante per la vita di Grin, e che volutamente non aveva più cercato – stesse bene. Cornelius non rispose, tranne che per un minuscolo cenno delle sopracciglia. Probabilmente significava sì. Faceva caldo nella casa della veggenza povera. Finalmente le carte vennero svelate sul tavolo, figure che avevano un senso storico ma certamente non magico. Grin teneva un occhio sulle carte e uno sulle bottiglie. Notò appoggiata su un mobile una raccolta di schizzi di David Hockney, e ricordò tutti quegli uomini fantasmagorici, scheletrici o pelosi, nudi, intenti a ragionar di morte e sesso, sopra letti scassati, nelle docce o accanto a piscine magiche. Avrebbe voluto sfogliare il libro. Oppure prepararsi un Manhattan. Invece fu costretto a restare in silenzio a osservare carte che raccontavano il suo destino. Che baggianata. Tutti sanno che il destino è già contenuto nel passato che abbiamo vissuto. Basta leggere nelle nostre autobiografie personali. Nessuno può dirti chi sei e cosa ti succederà. Solo tu. Al massimo, Il Mostro: che funge da notaio personale ed è sempre alle nostre spalle. Quando ebbero finito, peraltro senza che il futuro di Grin venisse svelato appieno, nessuno offrì alcol a nessuno. Peccato. Chiacchierarono dei libri presenti sugli scaffali e del quadro dipinto dal padrone di casa: una distesa di alberi in salita, ed in alto, fra le nuvole, un rifugio violaceo, inaccessibile. Poi Cornelius chiese: ti va di fare l’amore?; Grin disse di no. Si salutarono con una stretta di mano come era in voga a quei tempi. Faceva molto caldo. Grin tornò in strada in attesa del prossimo evento della giornata. Prese la fiaschetta e ingoiò un sorso di Maker’s Mark, robina semplice. 

Signor notaio, disse Grin a un tratto. Mi dica, rispose il Mostro. Mi ricordi di non accettare più alcuna proposta fornita da Nòttola, disse Grin. Proprio mentre stava attraversando le strisce pedonali alla fine di Caracalla, e le cime di San Pietro e della Sinagoga rilucevano all’orizzonte, sentì il Mostro dire: ho segnato tutto.

 


 (da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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