Roma 2009.


I.

Dal diario di Kir, l'onironàuta:

“Forse tutto il gran casino di questa città prelude a qualcosa che sta per succedere: aveva davvero ragione Sir Kian Hitchingooke quando citava, nel suo "Python", quel gran serpente marino che influenza le vite del pianeta Terra? Alcune delle storie che da anni circolano nel sottobosco di Roma non mi sembrano possedere alcunchè di vero: eppur m'affascinano. Quando ho sentito dire che sul pavimento di alcuni sottopassaggi delle stazioni urbane dei treni sono state rinvenute lunghe scie catramose, come se una biscia enorme c’avesse strisciato in piena notte, non c'ho creduto. Eppur...m'affascina. Se siano arrivati dalle fogne o dal Tevere non saprei: impronte lasciate da lunghissimi rettili. Qualcuno dice anche che alcuni di loro, una volta superati i sottopassaggi, hanno raggiunto le banchine e sono strisciati sui binari per infilarsi sotto i treni fermi. A pensarci mi viene un brivido. Che durante il giorno questi enormi serpenti utilizzino i treni urbani per muoversi, nascosti, da un posto all’altro di Roma? Dunque ogni treno in movimento nasconderebbe un enorme rettile? Li prendiamo giornalmente. Nessuno ha mai visto realmente queste creature. Strane storie hanno cominciato a spargersi quando quel treno, fra le stazioni di Magliana e Muratella, è improvvisamente saltato per aria, come se una grande spinta da sotto l’avesse fatto sobbalzare. Non era stata un’esplosione, piuttosto una specie di movimento sismico del terreno. Fortunatamente il treno era fuori servizio: c’erano solo il macchinista e l’assistente, che lo stavano portando verso l’aeroporto di Fiumicino. Nessuno si è fatto male. Però il treno è schizzato verso il cielo. Mi ricordo i titoli dei
giornali. Il Delirio ha dedicato addirittura quattro pagine all'evento: e non trattandosi di un argomento inerente all'arte o alla deviazione umana, la cosa m’incuriosisce ancor di più.
Chi ha fatto saltare quel treno? Cosa sono quelle scie sozze rinvenute nei sottopassaggi e in alcuni parchi della città? Le notti di Roma, al pari di Caracas e Mosca, nascondono cose allucinanti.
Non c’è dubbio che l’appartamento di Monteverde dove visse Escher sia, in qualche modo, la pietra filosofale dell’onirogeografìa. Molti di noi hanno provato a scovarlo. Qualcuno dice che fu Via Poerio 122. E’ dove realizzò anche il famoso disegno con la sfera? Non ne sono convinto. Secondo me quella tavola l'ha creata in un altro luogo: da qualche parte, cioè, doveva esistere un appartamento segreto,
mnemonico, contenente a sua volta una stanza nascosta e privatissima...Ma d’altronde, del potenziale onirico di certe case 
o stanze romane già ne parlava nel III sec. d. C. Tatonio, nel
suo splendido “Pungfranio” (era l’età dell’angoscia ed ai sapienti dell'epoca era ben noto che un appartamento arredato con gusto e con vista frammentaria dalla finestra fosse un perfetto amuleto). Anche in romanzi contemporanei l'importanza della geometria e dell'aspetto cognitivo dei salotti e delle stanze da letto è abilmente ricordata. Edgardo Sogno, nel terzo capitolo di “A Bao A Qu sui gradini delle scale delle chiese dell'Aventino”, parla di un corridoio domestico composto essenzialmente da mobili visti dal conte Tebaldi nei suoi sogni da bambino. Ed è proprio indugiando in quel corridoio che l'anziano signore troverà la soluzione al quesito esoterico che l'aveva avvolto sin dal primo capitolo, scampando così al boia. Altrimenti, ancora, citando a memoria l'incipit di “Viperas” di Ninian Eoghan: “Aveva comprato quell'appartamento perché le finestre dello studio davano ad ovest, e ad ovest,
spropositatamente vicina c'era la moschea: la vista esterna era tagliata, così sarebbe stato più facile scorgere l'altra metà di lui, quella mancina, contenuta dentro le sue viscere di scrittore”.
Comunque, penso che il nostro giovane amico Franco Tenebra sia quasi riuscito a scovare la vera Escher- room. Penso che i tramonti siano più delle albe.


II.

E Spider esplorava la città lunare e Siddarta stampava libri d'epoca e Gorg Von Veleni riorganizzava il suo immenso schedario zeppo di grimori psicogeografici e Leilàni mangiava uomini e Laura sognava spiagge di cobalto e Nòttola ancora usava anfetamine e Grin s’era lasciato da tempo immemore con Lucia ed anche il suo doppelganger l’aveva lasciata. Teneva da mesi dentro una cassa due romanzi e cento poesie finiti e lustrati e feroci che però non interessavano a nessuno. Un giorno Grin camminò con Gorg Von Veleni fino alla chiesa russa ortodossa nei pressi della stazione di San Pietro. Era bella, silenziosa, con oro e legno gaudenti. Gorg stava spiegando che i libri più pericolosi sono anche i migliori: preferibilmente relegati in angoli di menti e librerie che quasi nessuno conosce. Averli letti indicava l’appartenenza ad una fratellanza minore. Gorg gli disse che stava scrivendo un libro,
non tanto custode d’una storia quanto accumulatore seriale d’eventi. Le trame non sono importanti. I suoni prevalgono. Quella stessa notte, il ragazzo aveva capito che i libri possono compiere sortilegi psichici. L’importante è non rimanerci invischiati, altrimenti s'affoga in abissi magnetici. Iniziò a scrovere il suo terzo romanzo. Anni dopo capì che s’era invischiato. Merda. EPPURE. Eppure capiva che qualcosa d'inespletato era rimasto e forse la chiave stava tutta lì: forse doveva finire il libro e lasciar andare persone e cose purgatoriali. Parlandone con Nòttola al Parco degli Acquedotti, non ne venne subito a capo. Il cielo aveva sempre posseduto quegli squarci viola? Si trattò d’un pomeriggio qualunque, banale. 

Il tuo libro, il libro che stai scrivendo, blaterò Nòttola, è un magazzino polveroso, un fondo di magazzino…ed è carico di potere. Dal poco che ho letto ho capito questo. Che altro posso dirti? Ecco, una cosa posso rivelartela: a volte il tuo libro mi fa paura.

 

III.

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 (da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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