Roma 2009.


La scorsa notte, quando eravamo giovani.

Piuttosto che un esploratore si sentiva uno sminatore. Dunque. Elenco di cose da fare. Eliminare libri inutili. Fare sport. Studiare per la carriera futura. Elenco di cose da fare. Chiamare Lucia distaccato rilassato freddo. Quel giorno era a Villa Lazzaroni seduto su una panchina a gustarsi il fresco
dei pini alla maniera dei vecchi uomini. Prese il cellulare e fece il numero. Lucia gli rispose trafelata: si vede che stava facendo qualcosa d’importante, pareva impegnata. Trambusto di fondo. Pronto, ciao, sì. Sembrava distaccata. Possibile lo fosse così tanto? Non le faceva effetto risentirlo? Era lui che doveva sforzarsi d’apparire distaccato rilassato eccetera…E invece lei l’aveva fregato con la sua stessa arma. Merda! Carissssssima Luciaaa. Ti ho mandato un sms giorni fa, disse Grin. Sì, scusa, non ho risposto, è che non me l’aspettavo, ecco. E poi mi sono scordata… Tutto quel trambusto. Lucia gli disse che era piena d
i borse, le stava portando in macchina: quella sera avrebbe raggiunto degli amici coi quali sarebbe partita. Che bello, e dove vai?, chiese Grin. Sicilia, disse lei. Distaccato rilassato freddo,
si ripeteva Grin. Partiamo stanotte, sarà un lungo viaggio. Dovremo alternarci alla guida. Grin le fece una battuta in ricordo della sua vecchia paura di guidare, ma lei spiegò che era migliorata tantissimo, e gli avrebbe potuto tenere testa. E poi tu guidavi come un pazzo e ti arrabbiavi sempre con quelli nelle altre macchine e bestemmiavi: eri intrattabile. Grin rise, era vero, poi si scusò delle follie stradali del passato. Distaccato rilassato freddo. Non sapeva nemmeno perché volesse vederla. Gli andava e basta. L'incontro fortuito con lei tempo prima in quel pub aveva riacceso la scatola blu dei profumi. Sapeva che si trattava di artificio, di materia da romanzo...ma chissà se il suo corpo di ragazzo pulsava anche per altro. La tettonica a placche lo muoveva dolcemente e lui ci stava. 
Non sapeva perché volesse rivederla. Gli andava e basta. Guardarle gli occhi e sentire il rumore della sua bocca. Spiarle le mani. Scoprire se magari indossasse nuovi bracciali, orologi, anelli, capire insomma se le sue abitudini quotidiane fossero ancora come le ricordava. Possedeva ancora i vecchi gusti? Amava ancora il verde? Chissà se compiva gli stessi gesti quando pettinava i capelli, indossava un maglione, affettava il pane o prendeva un caffè. Al bar apriva sempre una bustina di zucchero e versava pochi granelli nel liquido nero, poi faceva due giri di cucchiaio nella tazzina e lo metteva capovolto sul piattino? Tutte cose che Grin ricordava perfettamente. Improvvisamente, provò nostalgia di quelle cose: era diventato uno scrittore noioso, melenso. Fanculo! Sbagliava a far così. Gli scrittori devo sempre fuggir dai luoghi temperati, abituandosi a bruciare le loro zone confortevoli…Gli scrittori devono vivere nelle tormente o nei deserti. E se scelgono una città, che sia almeno pericolosa e lercia, enorme ed oscena. Gli scrittori devono lasciar andare i ricordi non appena riportati su carta (distorti e ingrossati, ovviamente), perchè a quel punto lo scheletro magico è già fossilizzato. Devono amare i fantasmi convivendoci, e lentamente ammaestrarli. Devono appiccare incendi. Devono conoscere a memoria il proprio raggio atomico, entalpia di vaporizzazione, stati di ossidazione e soprattutto l'intima, privata struttura cristallina. Gli scrittori devono girare sul marciapiede coi genitali esposti, usare un bastone telescopico per farsi strada nella folla e guardare le stelle ubriachi fradici. Soprattutto, gli scrittori non devono mai rivelare che sono scrittori. S’era fregato! Fanculo tutto! Al diavolo lui e il bastone telescopico e il bosco degli uccelli che fischiano nel bosco. Distaccato dissociato spento. Almeno un caffè prima di partire lo prendi? In onore dei vecchi tempi, gli disse Grin. Non so che dirti, cerco di capire perché me lo chiedi, rispose lei. Non so, così, mi va…ci dev'essere una ragione?, chiese Grin. Breve pausa di silenzio tungstenico. Poi Lucia disse: Miche’, ci siamo lasciati in modo strano, cioè…tu mi allontanasti. E' passato così tanto tempo. Che pretendi? Non so. Io ormai ho una nuova vita. E tu piombi così all’improvviso. Nemmeno ci siamo più sentiti. E ora vuoi prendere un caffè. Grin sentì un bagagliaio aprirsi, chiavi che cadevano a terra. Senti, mi sa che sei troppo incasinata adesso, con le borse e il resto. Vero? Ci sentiamo dopo, se ti va… prima che parti…Lucia chiuse il bagagliaio dopo aver messo le borse dentro. Ecco un’occasione in cui sarebbero serviti gli auricolari. Le venne da sorridere, perché ripensò a quando Michele prendeva in giro quelli che parlavano in strada con le cuffie bluetooth, e diceva che non c’era differenza fra loro e i matti che parlano da soli. Insieme avevano trascorso interi pomeriggi a imitare quelle persone alle spalle, ridacchiando come condor. Grin era in attesa al cellulare in mezzo al mondo e Lucia era nel mezzo d'un piccolo incrocio romano deserto, dove aveva parcheggiato la macchina. Osservò la sua gonna svolazzare nella brezza estiva, poi con la mano buttò indietro i capelli biondi che erano lisci e belli. Sentiva il respiro di Michele nel suo orecchio e sorrise. Fece una smorfia nervosa. Era nel bel mezzo d'un incrocio e dell’estate e aveva molto coraggio e un delizioso paio di ballerine ai piedi. Oh!, disse lui. Sì, ci sonodisse lei. T’hanno scippato le valigie o le hai messe al sicuro?, chiese Michele. Va bene, prendiamo ‘sto cazzo di caffè prima che parto, gli disse Lucia. 

S’incontrarono un'ora dopo a Piazza Vittorio senza che i loro sguardi fossero minimamente a disagio. Passeggiarono lungo Via di San Vito circondati dagli ideogrammi cinesi. Il caffè diventò una birra da passeggio su proposta di Lucia. Birra? Il mio ideale di donna, disse Grin, ma lei non rise. Sicuramente Martino avrebbe apprezzato la citazione. Raggiunsero quella che avevano sempre chiamato fontanella delle stelle marine: ci appoggiarono i gomiti sopra. Grin osservò Lucia scolare il fondo della bottiglia. Alle mani e ai polsi aveva tutte cose nuove, nemmeno più il bracciale di cuoio che avevano trovato in quella bottega di Beyoğlu a Istanbul, oggetto stupendo che lui aveva rubato per lei sfidando la sorte e il taglio delle sue schifose mani di ladro. Sei dimagrito, gli disse lei. Forse mangio male, disse lui. E fai poco esercizio fisico, hai perso struttura, disse ancora lei. Ci fu un attimo di pausa. Mmm, è vero…e tu sei più grassa di prima, disse Michele. Lei strabuzzò gli occhi, poi sorrise, e sorrise anche lui. Ma Lucia non si scomponeva e manteneva con grazia le distanze. Pareva una ragazza tutta nuova, quasi un’estranea. Aveva occhi diversi, il modo in cui osservava il mondo restava comunque magnetico. Un bel portamento e tratti del viso più marcati. Sul viso era dimagrita. Molto sicura di sé. Non era più una ragazza. Era diventata una donna. Affascinante, potente e marina. Possibile, in così pochi mesi? Era stato uno stupido a non vivere quel passaggio con lei. Oppure, forse: quel passaggio lo aveva fatto proprio perché lui era scomparso. Non puoi capire quanto è triste ma necessaria la solitudine, Lucia mia, pensò Grin. Ripresero a camminare. Grazie per avermi incontrato, mi fa molto piacere, le disse Grin. Piazza Vittorio era gonfia di persone e rumori e piccioni. Gli amici coi quali andava in Sicilia erano colleghi di lavoro: fra questi c’era pure il tale del pub. Ah, ecco. Grin le chiese se stessero insieme. Scusa, ma che te frega?, disse secca Lucia. Poi gli diede uno schiaffetto sulla guancia per scherzo. Lui rispose tirandole piano i capelli. Fu l’unico contatto del pomeriggio. Ma del resto che contatto ci sarebbe potuto essere? Era bello parlare con lei, anche se era una persona nuova, lontana, imbattibile. Grin l’aveva persa per sempre: l’aveva capito subito durante quella passeggiata. E l’aveva realizzato in silenzio, completamente solo. Fu una passeggiata piacevole, tranquilla, fra due persone che un tempo s’erano leccati i rispettivi organi genitali, e che ora erano tizi educati e cordiali. Michele pensò d’essere una specie di Anticristo. Ebbe l’impressione che chiunque avesse avuto a che fare con lui in passato, era rapidamente andato incontro a guai e distruzione; ma una volta allontanatosi definitivamente da lui fosse tornato a splendere, per poi maturare: e finalmente entrare in una nuova fase di vita. Cos’era Grin, un distruttore e un demiurgo al tempo stesso? Un carburante magico altamente tossico? Lo Spirito Santo degli anni duemila, ecco cos’era. Anzi: uno specchio incrinato, uno di quegli specchi muti e rivelatori appesi in un corridoio di casa di Borges. E se invece fosse stato un amuleto in grado di far splendere tutte le cose del creato? No. Cazzate. Era energia negativa. Diamante nero. Più semplicemente: un casinista, un dildo difettoso d'un sexy shop del Quadraro. Una volta Laura gli aveva detto: Sai, tu sei un ragazzo gentile e sveglio, carino, intelligente, però resti in scacco della letteratura e dell’alcol, dunque potresti essere un grande romantico ma invece ti limiti ad essere un licantropo (Grin le aveva detto che era vero, che avrebbe provato a seguire il suo consiglio…Ma il reale problema era che restava un subdolo adoratore di Sirio, della natura primordiale della quercia, vivendo da fiera non di giungla bensì fiera di paese. Laura aveva poi aggiunto: e ringrazia il cielo che le droghe non hanno mai avuto potere su di te, sennò saresti già morto…E comunque, hai mai pensato di parlare con uno psicologo? Grin comunque le aveva risposto che nemmeno morto si sarebbe denigrato in quel modo). 

Lucia gli camminava accanto e non parlava: le strade del pomeriggio parevano distanti e luminose. Lucia aveva capelli molto lunghi: una ciocca le cadeva spesso davanti l’occhio, e il modo in cui la scostava con la mano era davvero sensuale. Grin rimase lucido e razionale tutto il pomeriggio. Innocuo. Non fece trapelare alcun pensiero. Una cosa però a Lucia volle chiederla: se l’avesse fatta soffrire. Che c’è, vuoi liberarti dal senso di colpa che hai sullo stomaco? Certo che m’hai fatto soffrire. Che domanda cretina. Eravamo pure andati a vivere insieme, che ti posso dire? Ma viste come sono andate le cose in seguito, meglio così, direi... Lui la guardò con occhi profondamente seri. In pochi istanti crebbe di sparuti anni mentali. Infine, si concesse un ultimo monologo. Le disse: Ti ricordi quando in uno dei nostri primi appuntamenti andammo a Piazza Sempione? Eri stata carina, mi avevi raggiunto lì perché quel giorno avevo fatto un colloquio di lavoro nei paraggi. Ovviamente andato male. Ci siamo incontrati pieni di speranza e voglia di stare insieme. Abbiamo preso un gelato, poi ci siamo seduti sulle scale della chiesa e ci siamo messi a parlare e fare battute, mentre guardavamo davanti a noi Via Nomentana che correva verso il fondo dell’orizzonte. Tu dissi, mi ricordo, che gli occhi che osservavano quella scena erano sei; allora io ti chiesi: “ma non sono quattro?”. No, tu dicesti che erano sei. Non trovai la chiave del mistero finché tu mi svelasti che oltre a noi due c’era quella statua di spalle che avevamo davanti, e che guardava anche lei scappare Via Nomentana verso il fondo dell’orizzonte. Era vero. Non c’avevo nemmeno pensato. A quel tempo eri già più astuta di me. Poi camminammo sul ponte medievale e ci perdemmo nei cortili condominiali di Viale Adriatico. Mi ricordo tutto e non riesco a dimenticare. Fu un bel pomeriggio. I consigli che mi desti, su come sfruttare le mie capacità, di non perdermi per strada, che potevo fare grandi cose, beh, li ho seguiti tutti. Ci provo. Probabilmente non sono mai stato perfetto, ho cercato di migliorare il mio campo magnetico, troppo pesante. Anche tu potevi e potrai fare cose splendide. Te lo dissi su quel ponte, mi ricordo. Ne sono ancora convinto. Mi ricordo tutto. Fu davvero un bel pomeriggio.

Lucia smise di camminare e lo guardò. Perché mi dici queste cose? Riprese a camminare. Così, era solo un ricordo. Sei l’unica con la quale posso condividerlo, no?, disse Grin. Beh, hai una bella memoria. E’ un aneddoto che non ricordavo. Piazza Sempione e la statua, ok, blaterò Lucia. Era semplicemente per augurarci buona fortuna, disse Grin. Raggiunsero Piazza della Repubblica accolti dallo scroscio della fontana e dal rumore delle macchine roteanti in cerchio: pareva che quei trabiccoli avrebbero continuato a ruotare per secoli. Piazza Sempione: mi pare così distante, disse a un tratto Lucia. Beh, è dall’altra parte della città, disse Grin. No, intendo distantissima nel tempo, in altre scatole di tempo perse chissà dove, ecco, spiegò lei. Grin annuì appuntandosi mentalmente la frase sul taccuino pineale. S’infilarono nelle viuzze della zona, parlando di ultime piccole cose. Ma non c’erano fili elettrici, solo uno sfocato e meccanico legame umano. Un cielo senza stelle, chiaro, placido, incolore e fermo. Brutte le cose che non pulsano, che non hanno toni accesi. Orribili le cose migliori che noi, a causa della nostra natura luciferina, distruggiamo. Ma devono passare degli anni per capire a che punto eravamo rimasti. Lucia doveva prendere la metro a Colosseo per tornare alla macchina, poi avrebbe raggiunto casa dei suoi
amici. Dopo cena sarebbero partiti. 
Miche’, ora devo andare, disse lei. Spero che sarà una vacanza con tanta acqua, insomma una cosa rigenerante, le augurò lui. Graziedisse Lucia. E, senti, mi spiace se le cose non sono andate come speravamo…Ti auguro davvero il meglio, spero che sarai come una bella brezza in tutti gli anni in cui non ci vedremo, disse Grin. Lucia annuì, lo guardò, annuì. Un abbraccio senza baci su guance, una cosa piccola e silenziosa. Improvvisamente i capelli biondi sparirono sottoterra. E d’un tratto era tutto finito.

Grin rimase lì, nessuna espressione, affascinato dalle porte della vita. Magari a settembre avrebbero fatto un’altra passeggiata. Magari no. Sicuramente no. Sapeva che non si sarebbero mai più visti. Era un addio. Cielo e strade annacquate. Bisognava immergercisi dentro. Servivano apnee personali che fossero medicine gentili. Su Roma volava un senso di vuoto. Grin andò a perdersi nelle strade di Colle Oppio, mimetizzandosi fra barboni e clandestini nomadi. Un tempo quell’altura era stata il centro
del mondo. Ora era solo un posto per annullare la memoria. Lascia stare, pensò nel frattempo Lucia mentre la metro si muoveva nei mondi sotterranei di Roma. 
Tempo un’ora e Nòttola chiamò Grin con un numero privato, proprio mentre lui stava appisolandosi su una panchina, abilmente innalzato da siringhe e ratti:

- Pronto? – disse Grin.
- Tu devi volare, devi combattere e devi esultare!
- …Eh?!
- Dimenticali Wendy, dimenticali tutti, vieni con me dove non dovrai mai, mai pensare alle cose dei grandi! Riconosci la citazione?
- ‘Sto cazzo.
- Che c’hai, il pisello volante?
- …Chi è, Nòttola?
- Sì.

- Hai camuffato la voce per farmi un agguato telefonico?
- No, sto mangiando patate bollite condite con olio, sale e pepe. Ho la bocca impastata.
- Bullismo intellettuale…
- Era solo per rompere il ghiaccio.
- Per rompermi il ghiaccio?
- Dovevo dirti una cosa.
- Merda, Nòttola, m'hai svegliato…
- Ah, sei a casa.
- No, su una panchina a Colle Oppio.
- Dove?!
- Devo assolutamente tornare a casa prima che le guardie mi manganellino per loro piacere personale.
- Grin, volevo dirti che da domani inizia un bel festival di musica a San Lorenzo. C’è un grande palco, tante band, e tantissimi stand dove comprare adesivi e vinili come piace a te. Ci andiamo? Conosco l’organizzatore, quindi per noi è gratis.
- Ah, bello…

- Penso ci sarà anche qualche ora dedicata alla letteratura. Gli chiedo se puoi leggere qualcosa del tuo romanzo?
- Sei pazzo? No! Se è un festival di musica, vengo. Se riguarda la letteratura, col cazzo.
- Ok, ok, tranquillo. Ci andiamo per il rock e basta. Allora domattina ci diamo una punta e poi ci muoviamo. Ti chiamo io.
- Ok, e non usare più un numero privato per chiamarmi. Lo stai facendo troppo spesso ultimamente. Mi fai cagare sotto dalla paura.
- Va bene, va bene, shitta.
- Ok.
- A proposito…stavo pensando…Secondo te, esattamente, la Madonna in che rapporti di parentela è con Dio?
- …E’ troppo complesso, ci devo pensare.
- Già…
- Senti, puoi abbassare la musica in sottofondo? Ma che è?
- Scusa, sto ascoltando un best of che ho fatto, con dentro pezzi cazzuti di gruppi tipo Asia o Journey.
- Io odio i Journey.

- E ‘sti cazzi!
- Bene, direi che a questo punto ci siamo detti tut
- Io credo nelle fate, lo giuro, lo giuro!!!
- …Vaffanculo te e Peter Pan.
- Va bene. A domani allora.
- E basta keta.
- …No, macchè…
- Eh, lo so io…Capito? Basta.
- T’assicuro. E’ dai tempi del Sonno Di Selena che
- Vabbè.
- Ok, ok. Allora a domani.
- Ok, in gamba.
- Sempre. Ciao.
- Ah, Nòttola…
- Sì?
- …Ti voglio bene.

- …Eh?
- Quello che ho detto.
- …Pure io ti voglio bene, Miche’.
- Ok, ciao.
- Bella.

Click.

Un tempo Grin aveva bazzicato spesso Il Sonno Di Selenaprima che bruciasse in un incendio, e lì aveva visto parecchi concerti e conosciuto un sacco di persone divertenti. Erano tempi vicini eppur lontani, ma gente come Er Formica o Il Tarantolato li aveva persi per strada. In effetti, quasi tutti gli amici di Bogomol, Bogomol incluso, li aveva volutamente lasciati andare. Erano tempi vicini eppur lontani, di quando pensava giornalmente a Steven Wilson come a Dio sceso in terra, una chitarra che la riconosci ovunque. Quella sera provò a distrarsi, ma senza ascoltare “Russia on Ice”: piuttosto mise sul piatto Marvin Gaye per riequilibrare le vibrazioni. E decise di non studiare. Provò a rallentare il tempo estivo gustandosi gli ultimi fuochi. E una volta giunto l’autunno sarebbe scampato pure a quello: del resto, il periodo delle foglie morte s’avvicinava e improvvisamente ciò lo inquietava. Lesse un passaggio d’una novella dei fratelli Grimm (suoi cugini fonetici), che diceva: “C’era una volta un uomo selvaggio perché era stato stregato, e vagava negli orti dei contadini e nelle messi danneggiando tutto. I contadini allora si lamentarono con il signore di quelle terre e dissero che non avrebbero potuto pagare il loro tributo”. Forse Grin sarebbe realmente scampato all’autunno. Come un personaggio d’un film catastrofico che alla fine salva pure il resto del cast. Al diavolo settembre, era ancora agosto. Era tempo di rock. IL SUONO SALVA IL CULO. Il festival di San Lorenzo durò tre giorni e tre sere e fu grandioso. Si alternarono un sacco di belle band: Ufomammut, Ovo, Brutal Minerals, Arianna Speed, Carneau, Bud Spencer Blues Explosion, Gordon, Suntiago, One-Eleven, Stronzi di Piccola Taglia, Camion, Shaggers, Sei Ottavi, Rui costa, La convenzione odontoiatrica, Marcello e il mio amico Tommaso, Sad Side Project, Andrea Rivera, Rotti in Culo, Astra, Dj Squarta, Fast Animals and Slow Kids, Dionisus Noir, Squirting Lavinia, 42, Gianni Pippero, Dj Scroto, Breastling, Bruno Cavicchini, Flu Green, Fat Pondolo, Byron and the Tiger, Marco Rossetti, Butt Manor, Cheope e Stage of Reality. Grin se lo godette tutto. Alcune di quelle band facevo schifo; altre erano fenomenali e avrebbero fatto strada; Gianni Pippero a un certo punto s’era infilato un ombrello in culo cercando di imitare G.G. Allin, ma qualcosa era andato storto. Poi arrivò l’ambulanza e tutto si risolse fra gli applausi. Grin scattò foto insieme a Marcello e al suo amico Tommaso - che non si capì quale cazzo fosse: vennero bene. Nòttola si ubriacò, poi smise di bere e tornò sobrio, poi si ubriacò di nuovo, tentando di avere la legge morale dentro di sé anche senza cielo stellato sopra di sé. Ci riuscì in parte. Le ore trascorsero imperterrite per tre giorni soleggiati. Conobbero due ragazze. Grin fece lo sveglio e con una delle due finì a letto la seconda sera. Era una studentessa siciliana dai lunghi capelli neri, un seno piccolo e fresco, casa sua era proprio sopra il decaduto Disfunzioni Musicali e questa presenza magnetica certamente migliorò la prestazione sessuale di Grin. Nòttola invece fallì, peccato. E così il festival terminò e arrivarono nuovi giorni borghesi senza problemi reali, gli uomini occidentali continuavano a trascorrere i giorni compiendo gesti da stalla. Solo barlumi. Prendere la metro per andare a lavoro non è affatto come lottare a mani nude con un giaguaro. Ma ormai erano tutti occupati a fare altro. E nessuno sapeva accendere un fuoco (ingegno), aspettare senza compiere alcuna azione (pazienza), godere nell’osservare lo spazio circostante (immaginazione e ricerca del silenzio), bramare la libertà e l’indipendenza (curiosità), gettarsi nel mare da una rupe alta trenta metri soltanto per dire: l'ho fatto! (coraggio, forza, braccio di ferro col gentil signor Dio: in palio la luce verde). I giovani vivevano una situazione di stallo e gli scrittori in circolazione erano sempre peggiori. E le vagine venivano leccate con sempre meno passione. Le cose sfuggono. Grin provò a capirci qualcosa rileggendo “Il re del mondo” di René Guénon. Non capì nulla. Si preparò una crepe con la nutella. Ascoltò “Selling England” dei Genesis. Rise come un bambino. Se solo il mondo fosse potuto esser fiabesco e romantico come una canzone cantata da Peter Gabriel. Stava perdendo la speranza. Peccato. Quella sera chiamò un vecchio amico, Giovanni Dando, col quale aveva fondato il defunto progetto di “Esmerald Cities”, gran bei tempi, una banda di pazzi sonici: “Sono contento di trovarti bene, amico mio…e come stai? E che si dice? E che fine ha fatto Keisuke? S’è sposato dici? O Gesù…Che bei tempi furono, fottuti pazzi sonici che fummo…E allora, e allora incredibile, quindi ti trasferisci a New York, pazzesco, ti faccio tanti auguri!…Mi raccomando d’andare sempre, di notte, nella nostra amata Riverview Terrace, siediti sulla panchina, che roba, ti ricordi come t’era venuto bene quell’articolo sui buchi temporali che appaiono a New York vicino al Queensboro? In bocca al lupo amico mio…Oh, io sto bene, qui tutto a gonfie vele, grazie… ”.

Quella notte, in un bar di Trastevere con amici, incontrò questo tizio, tale Marco Tannhäuser. Adorò subito il suo nome ma non glielo rivelò: a un tratto s’erano ritrovati in un angolo a parlare di cose tutte loro. Marco era di Berlino ma studiava da due anni a Roma, e parlava benissimo italiano. Grin capì che era un marchiato come lui: lo capì dagli occhi e dal fatto che lui per primo avesse citato Guénon, guarda caso la sua lettura del pomeriggio. Che lo avesse spinto lui, indirettamente, telepaticamente, a tirar fuori quell’argomento? La ricerca, la ricerca, disse Marco…Le parole si spostarono in varie direzioni e ad un tratto il ragazzo chiese a Grin: 

SAI QUALCOSA DI VIAGGI NEL TEMPO?

Grin disse che, beh, conosceva la parte teorica, le ipotesi, oltre a tanta letteratura che ne parlava. Disse che probabilmente era la cosa più importante che l’uomo potesse studiare e realizzare. Puntualizzò anche che, qualora fosse stato possibile, avrebbe dimostrato che Dio non esiste. Tu parli della parte meno importante della questione, gli disse Tannhäuser, se fosse possibile, e lo è, il Tempo stesso non esisterebbe, almeno come lo pensiamo noi. O meglio, tu stesso non esisteresti come pensi che stia esistendo. Grin finì la sua quinta birra, barcollante, mentre il ragazzo davanti a lui, che aveva bevuto molto di più, era perfettamente lucido. Quindi tu dici che è possibile viaggiare nel tempo?, chiese Grin. Si, certo, te lo confermo, disse Tannhäuser. Sono ubriaco, e comunque tu che ne sai?, gli chiese Grin. Oh, lo so, perché IO ho viaggiato nel tempo. Sono andato a recuperare vecchie conoscenze nel periodo antidiluviano per portarle alla gente di metà millennio. L’ho fatto perché attorno al 2070 ci sarà una catastrofe. L’ho scoperto per caso, in sogno. Così ho deciso di fare qualcosa. E sono andato nel passato remoto per recuperare informazioni importanti e tecnologiche, utili al non così evoluto ventunesimo secolo. Grin non disse nulla. Poi uscirono dal locale. Si salutarono. Probabilmente si sarebbero rivisti lungo la strada, da qualche parte sulla mappa, dato che Tannhäuser non usava cellulare o mail, e non c’era altro modo di restare in contatto se non in sogno o confidando nella fortuna. Grin adesso era solo. Passeggiava. Ripensò alla prima domanda che quel ragazzo gli aveva fatto. Per connessioni inconsce gli tornò alla mente il suo vecchio amico Anco Barillari e l’inizio degli anni zero. Era contento perché sicuramente nel 2070 sarebbe già stato morto da tempo, viste le sue abitudini…Che nel corso della vita avvengano alcuni incontri o eventi fondamentali, e che noi non ne teniamo mai traccia o ce ne accorgiamo, non v’è dubbio. Camminava sotto la luna accanto al fiume nella sua amichevole città crudele, ed era sempre più certo che la vita è un sogno. 

Quella notte su un muro della città vicino casa apparve una poesia in francese, che parlava d'amore, aquile e distruzione. Camminava nel buio. Lui era come un fuoco nella notte. Caro, caro Neil Young, siamo tutti fuochi nella notte, noi prescelti, noi cantori, noi marchiati. Ripensò a quella canzone
con bontà d’animo. Sapeva che non avrebbe dormito bene. Arrivò a casa. S’aggrappò a un po’ di cultura pop tanto per distrarsi. Sognò ad occhi aperti. Blaterò rintocchi d'orologio, sfrigolii di legna accesa in boschi calmi. Sicuramente gli alberi e gli appartamenti non erano tutto. E loro erano tutti contro tutti. Sognò ad occhi aperti certi vecchi sogni. S’aggrappò a un po’ di cultura pop. Quanto avrebbe amato, Grin, di trovarsi nel film “Avere vent'anni”, e far l'amore con Gloria Guida e Lilli Carati, incantevoli visioni. Quanta bellezza. Quanta oscurità. Che vita, Lilli Carati. Che splendido angelo della notte. Grin ci pensava spesso. La città stava avvolgendo tutti come il nulla e nulla si poteva fare. Viaggiavano tutti nel tempo e non c’era nulla che si potesse fare per interrompere la questione.



 (da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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