Roma anni zero, somewhere sometimes somewhatshappening (il giorno della fine non vi servirà l'inglese).


ZETA 1.

A quell’età gli avevano detto che il fiume Almone, un tempo, era un dio. La Caffarella dunque conteneva misteri. Ma quel giorno non gli importava. Aveva sedici anni. In attesa d’incontrare amici a Largo Pannonia fece un giretto nei dintorni. Compì una serie di spezzate e cerchi. Per la prima volta era piacevole e misterioso il solo osservare le case, i particolari che le finestre aperte mostravano. I soffitti. Le pareti. I muri. I cancelli. A Via Vetulonia 38 entrò nel cortile dove da piccolo abitava il suo amico Giorgio Confetto: se lo ricordava più ampio. Poi osservò rapito la casa a Via Lusitania angolo Via Vetulonia: due anni prima aveva ospitato quella festa punk dove pure lui era andato - e rimediato qualcosa. A Via Latina 12, proprio accanto Porta Latina, s’immobilizzò di fronte alla villetta scrostata
- anzi, aniz, azin – fu la villetta a immobilizzarlo. Non credeva a quelle leggende, ma esse contengono sempre un pizzico 
di verità: sbirciò oltre le fronde cadenti, le persiane...erano passati così tanti anni. Come potevano la malattia e gli insetti divorare in questo modo la città? Sicuramente lì dentro qualcosa di sopravvissuto era rimasto. Dannazione. Era giovane ma aveva letto fin troppi libri paralleli. Proseguendo lungo le mura, a Via di Porta Latina 8 e 18, ricordò le vecchie feste da bambini, a casa di Mirko Radicchi: chissà se erano tutti vivi, se ancora abitavano a Roma. Camminò come una mantide in
cerca di teste da staccare. Provava emozioni confuse. Al 40 e 43 di Via Iberia, luogo di gatti, si soffermò su una macchina abbandonata in fondo a una rampa: era una Fiat 124 del 1967 e lui ripensò a suo nonno, poi ricordò di quando in Russia aveva visto una Zigulì e aveva pensato alle corrispondenze delle città del mondo. I davanzali degli appartamenti serali lo tentavano eroticamente: avrebbe voluto penetrarvi, sentirne gli odori, studiare la composizione dei mobili all’interno che, alla maniera dei cerchi dentro la corteccia degli alberi, indicano come il tempo sia trascorso nel mucchio di stanze; avrebbe voluto insidiare le giovani figlie di quelle famiglie, amarle un po’, leccarle in mezzo alle gambe, picchettarle. Da Via Iberia girò a sinistra su Via Ubisaglia. In fondo alla strada vide le minuscole statue di San Giovanni appoggiarsi su un palazzo in lontananza: una prospettiva serale, di color grigio–rosa mentre il sole era quasi scomparso. Si ricordò che in quel momento la città esisteva. La Caffarella esisteva. La ruota abbandonata del luna park era viva. Il portone di Piazzale Prenestino 35, dove Lucio Battisti era cresciuto e suo padre gliene aveva parlato, esisteva. Le terre di confine rilucevano ovunque. In un precedente dormiveglia s’era ricordato di qualcosa: un giornale underground stava proliferando in città: trattava di arte e diplomazia aliena, derive urbane cannibalesche, era un subbuglio di cose strane
e meravigliose: lo aveva letto con alcuni suoi amici. Trovarlo 
era abbastanza raro, circolava da pochi mesi. Ricordò un articolo in particolare: descriveva ipotetici insetti enormi che avevano invaso Roma. Qualcuno ne aveva catturati anche di 80 cm di lunghezza. La causa del gigantismo era collegata allo smog del Raccordo ed alle fabbriche dismesse a Saxa Rubra. Scarabei giganti che da mesi scavalcavano il guard rail. Talvolta all’alba, i camionisti di passaggio trovavano lunghe scie di melma verdognola ai bordi della strada, e più avanti carcasse iridescenti esplose in mille pezzi. Il ragazzo riprese a camminare, elencando gli strani scrittori che ormai vivevano nella sua testa. I libri, aveva capito, erano una forma di divinazione magica che permetteva lo spostamento nelle varie dimensioni del creato. Non erano semplici parole su carta, ma incantesimi. Alcuni di quei libri gli avevano fatto paura, altri comprendeva di non poterli intendere appieno. Ma era davvero maturo per la sua età. Intravedeva barlumi di pece all’orizzonte, e vapori gelidobollenti, forzieri di gioielli incastonati fra banchi d’alghe tossiche, mareggiate, marezzate, maneggiamenti, colpi sferzati in maniera bestiale e necessaria: il Mostro - aveva deciso di chiamarlo così – si nascondeva certamente dietro un qualunque angolo di muro. Era amico o nemico? Il ragazzo svoltò l’angolo raggiungendo il luogo dell’incontro. I suoi amici erano arrivati. Cazzeggiarono fino al calar della sera. Fu una bella serata. Le birrette scesero allegre in gola. Il ragazzo non disse agli amici che già si trovava di là. Anni dopo, ai tempi dell’università, guidando la macchina su Via Pian Due Torri, vide una formica gigante attraversare la strada. Era notte fonda. Fermò l’auto di colpo coi finestrini ancora aperti. La formica camminava piano e le zampe battevano sull’asfalto come zoccoli. La luna era in fondo, in bilico sulla strada, e rischiarava la scena: poi la formica sparì in un vicolo. Ecco chi avrebbe mangiato la città. Ecco chi c’avrebbe divorato. Il ragazzo aspettò un istante, poi mise in moto e inforcò la rampa per la Roma-Fiumicino.
Dicevano che l’orgia sarebbe stata dalle parti di Fiera di Roma, in un parcheggio. Andrea Teichner e Samuele Fragoso erano poco di buono ma non dicevano mai cazzate. Le auto con fari accesi fissi significavano coppie che volevano essere spiate durante l’atto. Se invece i fari lampeggiavano, la coppia cercava singoli per farlo a tre. Capitava che il marito volesse solo guardare. Giunse nel luogo segnalato: effettivamente trovò qualcosa. E anche se non riuscì a partecipare, lo considerò istruttivo. Tornò a casa a notte fonda, in un misto di sollievo e fragore chimerico. E poi le solite cose: lezioni, lavoretti, pub, ragazze disinibite, passeggiate. I giorni dell’università parevano qualcosa di anonimo e confuso, col
senso del tempo distorto, ed alla fine della settimana non aveva mai coscienza di ciò che era successo. Forse era dovuto al fatto che i giorni erano simili e non accadeva nulla: e loro non erano più umani in trasformazione o trasfigurazione: piuttosto si stavano indebolendo. Meglio al liceo, quando c’erano state cose da fare – i corridoi del liceo nel tardo pomeriggio immersi nella luce del sole calante, splendente,
bianca e rosa, come sogni pornografici e spinosi - erano sempre parsi cattedrali magnetiche, smorte ed incantate. In quei corridoi dormono i gioielli del sonno dei giorni. L’università non gli piaceva. Lo invogliava alla rivolta o all’oblio. Quasi ogni sera incontrava gente. Lo fece per anni. Lesse “I viaggiatori folli” di Ian Hacking, che trattava lo strano caso di Albert Dadas e il mistero del determinismo ambulatorio: Dadas, spiegò Hacking, gli era parso un burattino nelle mani di un sogno. Il ragazzo scrisse molto. Alcune notti andava con Davide Moscacci a Via di Torricola a caccia di istrici. A un certo punto i fari dell’auto ne illuminavano uno - quasi sempre enorme e pieno d’aculei - che
trotterellava smarrito da un ciglio all’altro della carreggiata, per poi sparire nell’oscurità. Se c’era uno slargo Davide im
pattava, poi s’usciva di corsa dall’auto per saltare nel prato buio e partire all’inseguimento dell’istrice con le torce. Le scarpe da due soldi s’infangavano e capitava d’inciampare in tronchi o radici o rifiuti; solo due volte erano riusciti a catturarne uno con la rete: bloccato e spaventato, erano rimasti ad osservarlo, affascinati: e l’istrice guardava loro, emettendo buffi grugniti strozzati, poi a un certo punto restava immobile, in silenzio. A quel punto i ragazzi toglievano la rete lasciandolo andare. L’ultimo istrice catturato, scappando, gli aveva esploso alcuni aculei addosso: i ragazzi li avevano evitati per un pelo. L’istrice era sparito nel buio dei prati e loro avevano preso un aculeo a testa e se l’erano portato a casa: Serve sempre un amuleto, gli aveva spiegato Davide. Erano
giorni sirenici. Riposava male. La notte faceva sogni disturbati: a volte visualizzava la sua casa, identica a quella della veglia, ma in essa provava una strana sensazione, sentiva la presenza d’un uomo angosciante, vivo in un’altra stanza: forse sedeva sulla poltrona del salotto, e ascoltava metal. Per
fortuna non gli aveva mai fatto visita. In altri sogni l’uomo lo osservava mentre lui era distratto, e sia nel sogno che nel regno di veglia, sempre, il ragazzo aveva ricordo fisico dell’intruso. I sogni c’erano spesso. Tornavano quasi sempre. Talvolta capitava che fossero di natura sentimentale. “You’ll walk, in your dreams tonight”, cantavano i Flu Green. “Ti amo, specialmente nei nostri momenti segreti”, scriveva Edgardo Sogno. La terza mano nel letto della mezzanotte è un’effige sentimentale”, poetava Arturo Perdurante. Erano gli anni delle notti porpora. I binari abbandonati dei treni tatuavano i mondi delle periferie romane e lo affascinavano. Le pozioni. Le corse in auto. Il profumo delle donne, le loro follie, la loro dolcezza. C’era ancora così tanto da imparare. Era un’isola nei mari di altri pianeti. Continuò sempre a vedere gente: amava le feste perché poteva entrare nelle case degli altri, così da scoprirne 
i misteri, i rituali, i punti deboli; lo capiva dalle piccole sfumature, dalla disposizione degli oggetti: in questo modo aveva il pieno potere sul tempo delle loro vite, quasi ne diventava l’artefice. A quei tempi la sua misantropia non era ancora un problema…riusciva a fingere bene, rendendosi innocuo e piacevole: nessuno l’aveva mai scoperto. Maneggiava perfettamente la tecnica della mimesi. Una volta erano ad una festa molto tranquilla, roba di divani e degustazioni e chiacchiere. Il giorno dopo aveva lezione all’università, quindi poteva fare tardi. A casa di questo tizio c’era un modellino abbastanza grande di carrarmato, ma uno degli ospiti era pacifista e antimilitarista.

- Oddio, che ci fa qui un carrarmato? – chiese al padrone di casa.
- Rilassati, è solo una copia in scala ridotta di un archetipo metallico delle nostre pulsioni primigenie,
l’unica differenza con la legge della giungla è che oggi il predominio non mira alla dimostrazione del proprio potere fisico sul territorio o la prole futura, piuttosto al raggiungimento infinito di beni e ricchezze, che per convenzione chiamiamo appunto beni e ricchezze.
- Comunque sia non approvo il carrarmato.
- …E allora vaffanculo!

Capì che le cose degli uomini erano ridicole, ma una buona base per scrivere libri, divertenti o seri che fossero. Erano utili perché le trame umane erano roba abbordabile per i lettori, una sorta di papiro già tradotto e codificato: solo così gli era possibile inserire messaggi subliminali o sortilegi fra i paragrafi comprensibili. Era un missionario senza pubblico e propagava malignamente le spore del regno del sogno al quale era devoto ed apparteneva. Scriveva degli uomini per parlar d’altro. Scriveva d'altro per parlar d'amore. Continuò a vedere gente e in pubblico usò sempre il loro linguaggio. Ma non disse mai che già si trovava di là da anni. Non lo disse ad anima viva, nemmeno cinquant’anni dopo. Lavorò, pagò le tasse, partecipò a degustazioni, si sposò, fece dei figli.

Non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno morì.




(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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