Roma inizio anni 90.

Per esempio parliamo di abissi. Parliamo di Roma. Una culla di stile senza precedenti, a quel tempo. Notti violente, giorni sonnolenti, sfanculolandia. Nel 1992 Mirko Er Donnola o Daniele Cesarini infestavano la Stazione Termini. Si comprava cibo esotico alla bottega Gombo ed eroina scadente Dar Clavicola. Piccolo Rocco, il suo boss, diceva in giro che stava scrivendo un romanzo di formazione ispirato alla sua giovinezza al Quarticciolo. Molti pensavano fossero tutte stronzate. Ed in realtà nessuno ne seppe mai nulla: la cosa venne dimenticata anni dopo, nel 1995, quando Piccolo Rocco
sparì da Roma facendo perdere le sue tracce per sempre. Il Landlord stava lentamente aumentando il suo potere, affi
lando trame col mondo politico e stabilizzando contatti importanti con le famiglie mafiose del Lazio. C’erano ancora pochi immigrati in giro, soprattutto albanesi e rumeni, e il
dialetto principale della città era il romano. I cileni Maximiliano Agurk, Roberto Laurora ed il folle cantante Quetzalcóatl (che a metà concerto cambiava nome in Tlahuizcalpantecuhtli) suonavano sotto il nome di Veleno Viola, violenta psichedelia strumentale, soprattutto nei locali dell’Esquilino e San Lorenzo (famosa la loro unica canzone cantata: una cover di “Demolicion” dei peruviani Los Saicos,
probabilmente il primo gruppo punk della storia mondiale, come una volta imparò Grin a Disfunzioni Musicali). Nell’autunno del 1992, una decina di ragazzi già stanchi dei centri sociali – che però in quel periodo erano al culmine dell’energia – formarono il gruppo poetico degli Iperrealisti Romani Sonici (IRS): ispirati da poeti come Lamborghini e Grueskka, che cominciavano ad essere conosciuti anche
nell’underground italiano, organizzarono infiammate serate di reading ai bordi della Tangenziale, lungo la Palmiro Togliatti e nelle pinete di Castel Fusano: serate rimaste negli annali. Proprio una di quelle sere, durante un reading improvvisato a Piazza dei Mirti – al tempo luogo mal frequentato – Pietro Sambati, forse il migliore del gruppo, venne ammazzato da certi naziskin in missione. Il fatto che Sambati, appassionato di vecchie pistole della seconda guerra mondiale, fosse comunque riuscito ad uccidere uno degli aggressori sparandogli in fronte rese la vicenda nota in tutta Italia, svelando così al paese che Roma conteneva veri e propri mostri - intesi alla maniera del filosofo Gianni Petrungaro: “gioielli oscuri, inestimabili” - nei piani bassi cittadini - intesi alla maniera del filosofo Gianni Petrungaro: “sottoregni blu”. Di certo le creazioni dei poeti dell’IRS divennero particolarmente note dopo che Roberto Bolano, scrittore cileno che stava per esplodere 
come uno dei più grandi del mondo e che era noto per il suo interesse nell’arte underground di Spagna ed Italia, parafrasò una delle loro poesie (in particolare “Iniziazione e saliva” di Pietro Scurro) rendendola in prosa nell’incipit del suo romanzo leggendario “I Detective Selvaggi”, cioè: “Sono stato cordialmente invitato a fra parte del realismo viscerale. Come è ovvio, ho accettato. Non c’è stata alcuna cerimonia di iniziazione. Meglio così...". Tutta la vicenda dell’IRS e i nuovi gruppi rock che infestavano la Capitale aumentarono la sensibilità e l’apertura mentale di tutti gli artisti presenti in essa. L’ispirazione schizzò alle stelle, anzi, deviò, si fece criptica e possente, preferendo l’esplorazione di sentieri tortuosi e magnetici. I poeti percorsero strade di fango come guerrieri luminosi. I musicisti unirono fra loro generi musicali improponibili. La prima line-up dei Frenetici del Momento d’Oro era già stabile da tempo (Fabio Fregi, Giovanni “Er Pepita” Minardi, Franco Canzerlo, Luigi Cervellini e Umberto Gnusci), ed i concerti
del gruppo stavano diventando eventi da non perdere: talvolta la similitudine con le band dell’album “No New York” di dodici anni prima era evidente, ma la sfacciata percentuale di pop italico, brutale e psichedelico buttato nella musica del gruppo creava una commistione unica nel suo genere. Fu un
periodo incredibile per la musica live. A collaborare con le band romane del tempo vennero Daniel Johnston, Steve Munderbak, Arto Lindsay e Jon Hassell. Alcune librerie indipendenti (come Fahrenheit 451 e Bellona 42) divennero centri d’incontro per discussioni, laboratori di fanzine ed incubatrici di piani di guerra urbana; proprio in quel periodo, taluni libri dimenticati tornarono di moda, divenendo i nuovi fari dell’underground cittadino: ad esempio “Cacciatori di teste ad Anagnina” di Edgardo Sogno, “Blu quasi trasparen
te” di Ryu Murakami, “The Towers” di Scott Matlock, “Specchi neri” di Arno Schmidt, “Il killer metafisico” di Jurij Mamleev, “I parassiti della mente” di Colin Wilson, “Il Grande Attrattore” di B. F. Drittal, “Principi del Freddo” di Maria Echenguyen, , “Kubla Khan” di Coleridge, “Dhalgren” di Samuel R. Delany, “I Giganti Di Pietra” di Donald Wandrei, “Vortice nero” di Robert A. Heinlein, “Steganographia” di Johannes Trithemius, “Alle Montagne Della Follia” di Lovecraft, “Saccheggio Stellare” di Gustaf Olofsdotter, “Racconti Crudeli” di Auguste de Villiers de L'IsleAdam, “Il mattino dei Maghi” di Bergier e Pauwels, “Twist” di Siro Verdi, “Uomo Diventa Lupo” di Robert Eisler, “Eros e Magia nel Rinascimento. La Congiunzione Astrologica del 1484” di Ioan Petru Culianu, “Nelle Fauci Della Follia” di Sutter Cane, l’“Enūma Eliš”, “Il Silmarillion” di Tolkien, “La guerra invernale nel Tibet” di Friedrich Durrenmatt, “La fabbrica degli orrori” di Iain Banks ed “I diamanti
che reggono i palazzi” di Urcino Orca. Dopo una lunga ricerca, lo scrittore Stephan Black, ormai anziano, venne rintracciato da certi psicogeògrafi in un caseggiato della Portuense - ci viveva nel più totale anonimato da almeno vent’anni - e venne invitato a un sacco di eventi letterari: il suo seminale “Neverending desert” tornò sulla bocca di tutti, divenendo in breve la bibbia della controcultura romana. Molti dei testi dispersi stampati dalla fallita casa editrice Cucamuya divennero rarissimi, e partì la caccia al tesoro fra bancarelle, cantine, bordelli nascosti e collezioni private. Nel frattempo, una copia originale del 1954 de “I signori del tempo” di Wilson Tucker (con copertina disegnata da C. Caesar) faceva bella mostra di sé nella vetrina alle spalle del bancone della libreria Fahrenheit 451, tanto che certe notti, durante aperture improvvisate di stampo situazionista, molti proseliti compivano una sorta di rito d’iniziazione adorando il 
libro in maniera scherzosamente pagana: talvolta, la fila di fedeli arrivava fino a metà di Campo de’ Fiori. Non era raro che sulla testa di Giordano Bruno venisse messo un cappello di Babbo Natale in segno di scaramanzia. Il recente “T.A.Z.”, scritto da Hakim Bey nel 1991, così come il precedente “Spinoza Apartments”, circolarono con entusiasmo febbrile presso migliaia di mani, sostenendo con forza il morale dei sognatori (violenti e non), e cementando i nuovi punti di riferimento per gli anarchici post-gauchisti, i neoisti e gli onironàuti della seconda ondata, oltre che il movimento degli hacker e di tutti i partecipanti alle nuove subcultures, techno-rave e cyberpunk in primis. Nel 1993, in Inghilterra, Tom Hodgkinson fondò il seminale “The Idler”. A breve sarebbero nate l’Associazione Psicogeografica Romana, i Punk Mathematicians (nelle salette studio di Fisica alla Sapienza), l’Associazione degli Astronauti Autonomi e il duo artistico 100101110101101.org (Eva e Franco Mattes). Al cinema, già da tempo erano usciti “Slacker” di Richard Linklater e “Delicatessen” di Jeunet e Caro, e quasi tutti i romantici avevano raggiunto il punto di non ritorno con “I segreti di Twin
Peaks” di Lynch. Stavano per uscire “Crumb” di Zwigoff e “Clerks” di Kevin Smith. Inoltre, pochissime sale indipendenti avrebbero proiettato in tutta Roma il meraviglioso “Dorme” di Eros Puglielli. Non era raro che si organizzassero rassegne di vecchi film, come “Basket Case” o “Le Brigate Della Morte”; e ovunque c’erano mostre di mail art o ispirate a Gilles Ivain e ai Residents. Antonio Moresco cominciò a pubblicare i suoi granitici libri. Tommaso Pincio era tornato a Roma da New York, con la penna in erezione. A metà del 1994 Luther Blissett avrebbe steso i suoi tentacoli maligni su Roma, Bologna, l’Italia e, lentamente, il mondo. Nel 1996 Ammaniti avrebbe scritto “Branchie” e Aldo Nove “Woobinda”, marchiando a fuoco l’epoca della Gioventù Can
nibale (operazione commerciale ma anche utile per far esplodere la subculture dei pazzi scoppiati, alcuni dei quali creavano oro artistico). Molti anni dopo, quel fottuto calderone d’arte trasversale avrebbe ispirato tutto il collettivo dei Turboromantics e di TerraNullius, il blog Nazione Indiana, l’associazione degli Arcieri Pazzi, la seconda versione della fanzine Strilla Nana, le band dei 42 e di Byron and the Tiger, il poeta Marco Alampi, l’artista di strada Buck Menoe, il menestrello Insetto Tamerlano, i writers della 1UP, l’artista ex writer Gore2, e gli scrittori Neri Coralli, Pietro Azteni, Luciano Funetta e Paolo Ghiaccio. Ma come era possibile che un panorama così vasto avrebbe retto al proprio peso? Ma come, disse Er Brina a
Marlboro Kid nel 1998, ancora ascolti gli 883? E Malboro disse che "La donna, il sogno e il grande incubo" agiva sulle aree più nascosto del cervello, dove l'amore era sia bianco che nero, la notte era sia nera che bianca, e comunque mi mancano i primi anni novanta. Ma torniamo con calma alla primavera del 1994. Roma. Faceva caldo e le strade erano appiccicaticce. Molte delle case olandesi costruite nel settecento da minuscoli e mai troppo controllati gruppi etnici provenienti dal nord Europa non erano ancora state demolite, e alcune zone attorno alla Stazione Termini parevano Arkham. Ampi gruppi cittadini adoravano entità pagane come il Bafometto e l’Invisibile Unicorno Rosa. Si narrava di comportamenti violenti e trance-parties confinati in cantine del quartiere cinese. Si mormorava, a proposito di un appartamento a Via Principe Amedeo, che fosse il luogo d’incontro d’una setta di poeti ed iniziati, talvolta scadente in situazioni viziose e pericolose; tra loro, una figura quasi mitica di quegli anni: Faccia di Pietra, enorme e con le cicatrici in faccia, chirurgo radiato dall’albo, poeta sanguinolento, che considerava la vodka un veicolo d’approfondimento spirituale; a dargli manforte, il filologo e linguista Agmazio Foresta, detto Foresta in Tempesta, suo degno fratello d’arte, oltre a tutta una serie di pedine surreali e filosofi vagabondi, compresa la poetessa Marilia Apollonj Ghetti, d’origine nobile, bestiale petalo d’edera, spiritista, ninfomane e appassionata di lirica. In fin dei conti, ciò che avveniva in quell’appartamento non era troppo dissimile da 
ciò che era accaduto a Mosca negli anni 60, nell’edificio del Vicolo Juzinskij, frequentato da quella strana compagnia d’individui erranti, fra i quali gli scrittori Jurij Mamleev e Venedikt Erofeev: s’erano riuniti per anni in una stanza, quella
di Jura, perché parte d’un sublime circolo artistico, praticamente una setta esoterica: fra i più noti e sospetti individui della Mosca sotterranea, avevano funto da specchio di tutti i fermenti di irrazionalismo, occultismo, spiritualismo, risveglio religioso e settario che s’era creato nella Russia poststaliniana: dottrine esoteriche orientali, gruppi di ricerca metafisica, astrologia, parapsicologia: tutto un turbine nero e lucente, solo per cercare il senso trascendente della vita umana e dell’immortalità dell’anima. Ed ecco insomma che la setta della casa di Via Principe Amedeo era diventata una fucina
d’eventi iniziatici e illegali: certamente seguiva anche con attenzione l’evolversi degli avvenimenti in città; da buoni illuminati, Faccia di Pietra e compagni decisero che bisognava tracciare una linea comune che desse ordine allo zoo undergound nella quale Roma s’era ritrovata immersa dall’inizio
del decennio. Qualcuno doveva pur farlo. Tutti quegli artisti senza scopo, tutti quegli scrittori senza fuoco stabile, tutte le derive situazioniste che non decifravano realmente il midollo prezioso nascosto nel caos delle mappe. Per iniziare, notarono che questi individui – o gruppi – non parlavano fra loro,
o meglio: parlavano linguaggi differenti. E con questo non s’intende modi diversi di vedere la realtà: si trattava proprio di una scelta stilistica; era noto per esempio che i nuovi scrittori di fantascienza o i rabdomanti psichici, ispirati dai romanzi Urania in vendita sulle bancarelle adiacenti a Piazza
della Repubblica, usassero fra loro lo speedtalk, l’ithkuil o il Babel 17; che i neoisti abitatori delle fumetterie masticassero una variante occidentale del giapponese onomatopeico; che i debordiani presenti alle aperture clandestine notturne della 
libreria Odradek parlassero un mix di romanì, klingon e monosillabi jazz; che i writer sudamericani comunicassero usando l’hopi; che gli hacker dei sotterranei parlassero tramite citazioni di film. Naturalmente, tutto questo aveva un senso: ogni gruppo perfezionava le sue leggi interne proteggendole, ma anche evolvendo le proprie passioni in totale rispetto dell’assioma di Sapir-Whorf. Ma secondo Faccia di Pietra era ovvio che, per rendere l’atmosfera ribollente di Roma utile al progresso artistico degli anni 90, servisse un’interlingua vera e propria (cioè una lingua pivot): qualcosa che permettesse ai ribelli del momento di comunicare. La
setta impiegò mesi per creare tale interlingua, rendendola semplice, funzionale, affascinante: ed è senza dubbio una storia interessante, a iniziare dal nome dato al metalinguaggio in questione, ma non staremo qui a parlarne nel dettaglio, anzi non ne parleremo affatto, non importa, innanzitutto perché “gli orizzonti lontani non si avvicinano”, poi perché un tale Uomo Con La Valigetta si presentò al negozio dello Zoppo a Via Giolitti con mille prototipi di Pesci di Babele da piazzare in commercio - rischiando di buttare all’aria quei mesi di studio forsennato - ed infine perché nell’estate del 1994 Faccia di Pietra morì con una coltellata alla nuca e Agmazio Foresta di overdose da MDMA (incredibile). E fondamentalmente, non ci interessa un cazzo. L’unica cosa utile da sapere è che, con questa scenografia traballante sullo sfondo, un giorno avvennero delle cose, roba insignificante, cose assolutamente di poco conto; ecco infatti di cosa dobbiamo parlare, ecco il perché di questo paragrafo: amiamo le sfumature minuscole, perché questo è un libraccio di minuscole cose disperse. Era agosto. La gente completamente immersa nel dormiveglia o nelle droghe. Occhi accecati, barbe frantumate, d’una bellezza estatica, acre. Faceva caldo e le strade erano appiccicaticce. La Stazione Termini era divenuta il regno del Landlord. Moonhead, che 
dieci anni dopo sarebbe stato il suo fedele braccio destro, al
tempo era ancora un ragazzino di otto anni, quindi in questa scena non è pervenuto. Michele era in vacanza dai nonni. Er Vipera, in quel momento non ancora rettile, si godeva le vacanze dai nonni: suo fratello era scomparso da tempo. La città era libera e semideserta e pronta ad essere assaltata, c’erano fuochi da appicciare e palazzi da incendiare: eppure la maggior parte dei ribelli come già detto erano affogati nel dormiveglia e nelle droghe, oppure stavano svolgendo sabbiature terapeutiche ai cancelli di Ostia. Una pace abissale. Immerso nel mercurio della mente, Elio Acquari detto Siddarta stava camminando lungo Via Urbano Rattazzi, diretto alla libreria Bellona 42 (una delle più famose all’interno della controcultura di quegli anni, e che nel 2000 - sei anni prima di chiudere definitivamente – si sarebbe trasferita in un sotterraneo ben nascosto di Via Giolitti). Siddarta entrò dentro fuggendo dal caldo. Come sempre, ogni cosa al suo posto, gli scaffali irregolari, le pile di libri usati, la serigrafia enorme di Philip Dick dietro il bancone - un faccione enorme, gli occhietti a spillo, la barba morbida, il collo mozzato: e Valis che fa capolino sullo sfondo. Una delle prime volte che Siddarta era entrato là dentro aveva ingurgitato un’ispirazione: creare un circolo di recupero di vecchie opere letterarie, oltre
che produrre tutti i nuovi autori meritevoli; presto sarebbe nata la sua Stardust Guys, casa editrice ed etichetta musicale, una vera salvaguardia del materiale umano presente a Roma. Una delle prime volte che Siddarta era entrato là dentro aveva trovato una succulenta prima edizione de “La pietra lunare” di Landolfi, poi s’era messo a chiacchierare di quello scrittore folle col gestore del negozio, e parlarono dei suoi libri; discussero di come forse, con più di vent'anni di distanza fra il racconto “Maria Giuseppa” e “La vera storia di Maria Giuseppa”, Landolfi avesse confessato di essere un omi
cida. Una delle prime volte che Siddarta era entrato là dentro aveva capito che alcuni libri erano ormai introvabili e totalmente bloccati nel passato, mai più stati ristampati: al più, fossili che appaiono improvvisamente su una bancarella traballante, perle nel mare cittadino: come “Lingue di Polvere” di Edgardo Sogno, uno dei suoi lavori giovanili, interamente dedicato alla permanenza di antiche sette mitraiche a Roma e
all’espansione sociale dell’armeno o dello chateaubrianais nei tessuti della Capitale; come “Il sesso notturno degli scarabei” di Nemo Ortega Krupp, diamante nero e sincopato, tradotto dallo stesso Edgardo Sogno in italiano, e stampato in un’unica minuscola tirata di mille copie dalla Cucamuya; come “Merda Memoris” di John Vadegama, uno degli autori più visionari e divertenti di sempre; come “Parole verdeoro” di Franco Spacqua, libro del 1987, che raccoglieva in maniera stridente e trasversale la poesia sotterranea o lunare degli ultimi cinquant’anni, romana e straniera, elencando versi di
Mark Strand, Paul Celan, Pedro Salinas, Yves Bonnefoy, Eugenio De Sale, Frank John Macchiato, Osvaldo Lamborghini, Jacques Nuit, Charles Simic, Manfredi Ondoso, Jose Vicente Anaya, Nicola Trematerra, Mark Bornze, Mark Bronze, Enrique Lihn, George Trakl, Paul Eluard, Leroy Crinielli,
Mario Luzi, E.E. Cummings, Procopio Benzedrina, Arturo Perdurante, Thomas Gray III, Alejandra Pizarnik, Egon Bondy, Rodrigo Lira, Valentino Zeichen, Leonardo Ma, Jànos Bálint, Mario Santiago Papasquiaro, John Ashbery, Blaise Cendrars, Nicanor Parra, Edoardo Sanguineti e molti altri. In particolare, a stupire erano certe raccolte incantatorie di versi, su tutte “Il ghiaccio nella rosa” di Perdurante e “Csillagköd” di Bálint, riportate per intero nel libro. A stupire, erano le parole, come punte di spillo, scherzi o coltelli. A stupire era soprattutto la lotta col mostro fra le 
due e le tre di notte, immerso fra le dune delle pagine. A stupire, insomma ecco sì, a raggrumare la saliva e compagnia bella, erano tutte le poesie del libro che divenne rapidamente introvabile. Qualcuno sostenne che alcuni autori meno conosciuti riportati nell'opera coincidessero con lo stesso Spacqua sotto mentite spoglie. Chissà…Una delle prime volte che Siddarta era entrato dentro Bellona gli avevano detto che potevano ordinargli di tutto, rimediargli qualunque cosa, perfino creargli ciò che più bramava. Gli rivelarono, senza abbassare la voce, che conoscevano con uno scarto di dieci metri l’esatto luogo geografico dove era
tutt’ora custodito “Double exposures” di Sylvia Plath: si trattava di una cantina nascosta, roba di Cornovaglia o Via Laurentina. Stessa cosa per le memorie (“Memoirs”) di George Byron: esistevano, erano meglio della Bibbia e potevano rimediargliele in poco tempo. Dieci milioni di lire. No, disse
Siddarta. Facciamo sette, ribatté il tizio del negozio. No, disse ancora Siddarta. Ok, disse il tizio del negozio. E poi eccolo di nuovo lì: quel giorno, ancora dentro quella libreria, mentre aleggiava quel mercuroso giorno d’agosto. La città era libera e semideserta e pronta ad essere assaltata, ma dormivano tutti o erano immersi nelle droghe o entrambe le cose: era certamente un sogno periodico, una visione meravigliosa che si ripeteva come in taluni libri estivi, in cui i personaggi onirici sono sia buoni che cattivi: visione leggermente diversa ogni volta…ogni volta d’una fascinazione imprevista. Li circondava una pace abissale, squàlica. Dunque entrò dentro la fottuta Bellona 42 fuggendo dal caldo e dalle zanzare giganti. Ogni cosa era al solito posto, le pile di libri usati, gli scaffali irregolari, Philip J. Dick dietro il bancone, un faccione enorme, la barba morbida, gli occhi ieratici, il collo erpertico: e Valis che non era altro che uno specchio. Girovagò fra gli scaffali. Le gocce del Tempo. Coste rovinate di libri come anni di vita. Boccaccio. Cervantes. Puskin. Carroll. Frederick Rolfe. Perec. Cao Xueqin. Eoghan. Chimal. Bellow. Macedonio Fernandez. Yasushi. Arcybasev. Enard. Soriano. Perlongher.
Tsirkas. Pamuk. Arlt. Pizzuto. Celine. Wilcock. Nabokov. Schwob. Barthelme. H.G. Wells. Lord Dunsany. Buchner. Konwicki. Garaceau. Flaiano. Robbe-Grillet. Quiroga. Puig. Asimov. Salgari. Kis. Sogno. Pelevin. Fra i libri scorreva la corretta quantità di luce, né troppa né poca. Quel giorno 
Gorg Von Veleni, il proprietario di Bellona 42, gli disse che fuori era pericoloso: si mormorava che per le vie di Roma girassero strane tigri con denti a sciabola, e che aveva fatto bene a entrare nella libreria. Poi si ritagliò una sostanziosa fetta di tempo e gli parlò di “Las Sorias” di Alberto Laiseca, il gigante sconosciuto: a breve l’avrebbero stampato e sarebbe uscito nelle librerie del Sudamerica. Laiseca c’aveva messo dieci anni a scriverlo, e venti per riuscire a farlo pubblicare. Quanta grazia rattrappita emanava la libreria attaccata al letto - nella stanzetta piccola e accogliente - dove Alberto aveva
scritto, anzi, pensato quel libro. I gatti che gli facevano compagnia. I geni e i fantasmi e le popolazioni delle epoche del mondo che l’avevano consigliato e intrattenuto. Un libro immenso, Las Sorias. E a Bellona 42 avevano i contatti giusti per ricevere uno dei manoscritti originali direttamente dall’autore: perché in Italia nessuno lo conosceva né l’avrebbe mai tradotto: ma loro sì. In pratica, il gestore della
libreria andava a letto con un tizio argentino che abitava a Ponte di Nona - di mestiere elettrauto – che aveva letto almeno dieci volte il libro, e conosceva il gergo di Buenos Aires alla perfezione: il testo l’avrebbe tradotto lui. Era una splendida operazione chiaroscurale, tradurre un capolavoro senza metterlo subito in commercio, anzi rilasciarlo con lentezza, creargli attorno fama e aneddoti, e poi, finalmente, donarlo gratuitamente alle menti più eccelse del fango romano. Da lì sarebbe giunto a tutta l’onda contro-culturale della città, e poi ai migliori artisti d’Italia. E così il circo si sarebbe ampliato e costruito da sé, l’onda avrebbe mangiato carne: finalmente, tutti i poeti sarebbero rinati, avrebbero abbandonato le rispettive tombe per bere in compagnia sotto gli stormi d’uccelli d’agosto o la luce purgatoriale della Luna: per degustare meritatamente le parole più insensate dei libri più sconosciuti dei Mondi e della Storia: per succhiare cazzi e culi e zinne e clitoridi e calli anneriti dal tempo, quasi vendemmiati, quasi estatici. Ma serviva calma. Caaalma. 
Le cose andavano fatte con tutta calma. Una tessera alla volta. Las Sorias: era solo un libro…Col cazzo. Siddarta realizzò immediatamente la portata dell’evento. Decise che entro una settimana al massimo avrebbe inaugurato la sua casa editrice,
e proprio con Las Sorias. Ne parlò col Gorg Von veleni: gli disse che voleva creare qualcosa di simile a quello che avevano fatto Raboni e Cordelli per Guanda dal 1971 al 1986. Il gestore annuì sorridendo. E gli concesse una parte dell’opera: alcune pagine già tradotte, le prime duecento, tanto per gradire. Siddarta le lesse d’un fiato nel sottoscala della libreria. All’ombra d’una lampada, con una cassa di birra per glorificarlo, per farlo sentire meno solo. Il mondo del libro lo penetrò subito e lo avvolse di buio e bubba contemporaneamente, ogni spigolo matassato come fiumi secondari, e poi coltellate, paradossi, o fantascienze sghembe brutali; alla fine delle duecento pagine restavano nella mente frittate di locuzioni incerte, potentissime, che da sole sarebbero riuscite ad innalzare la letteratura a un livello non più solamente privato, bensì collettivo, d’una bellezza utile e ispiratrice, con tanti cappotti per ogni persona cuciti su misura, cappotti iniziatici s’intende, capaci di generare sogni automatici nelle falangi bruciate dei cittadini. Gli scrittori servivano alla costruzione e alla rovina del mondo: ma appunto anche alla costruzione; dunque bisognava coltivarli, innaffiarli, selezionarli e metterli nel piatto dei cittadini, nessuno escluso. Siddarta e il gestore della libreria mangiarono pizza al taglio in una rosticceria
poco distante. I discorsi indugiarono sempre sul testo argentino. L’uomo spiegò a Siddarta che Las Sorias era il più grande libro del XX secolo dopo l’“Ulisse” di Joyce, 1300 pagine di vita oscena, incredibile: con la sua mitologia della magia nera e della paranoia tecnica, con le sue risonanze
wagneriane e le sue credenze occulte, il tomo di Laiseca era essenzialmente un brutale testo iniziatico, un maestoso scrit
to sul fascino della conoscenza e gli stadi di coscienza. Come tutte le opere di tal grandezza, rappresentava un mondo autonomo che vive di leggi proprie e riflette sulla propria origine. Era sufficiente pensare allo straordinario primo capitolo, con la scena della pensione e tutto il resto. Gli enormi libri d’ogni epoca restano almeno un po’ nelle disperse città del mondo, tipo capitelli nel Foro abbandonato: c’è sempre sole a illuminarli, gente che li guarda. E poi le pisciate notturne di scorribande giovanili fra le rovine lascive sono il senso dell’alternarsi delle stagioni: ed il Foro le protegge, subito dopo bisbiglia, e striscia, risuonando per l’eternità. E allora l’“Ulisse”, i “Fratelli Karamazov”, “Guerra e Pace”, “L’arcobaleno delle gravità”, “The Recognitions”, “Donne e Uomini”, “Dhalgren”, Merda Memoris”, “Infinite Jest”, “Loop wap”, “Trilogia di Beckett” e infine questa follia di Laiseca: libri che sopravviveranno nei migliori cervelli bruciati, o si spera nelle librerie degli appartamenti al tramonto,
chiaramente sì, sopravviveranno eccome, e Las Sorias, il più bel libro di tutti i tempi - sfida giocata fra sudamericani e russi, si sa, ma alla fine vincono i latinos - è un mostro di conoscenza e stile indispensabile per gli uomini ma soprattutto per i marchiati, gli iniziati, gli scrittori veri o fasulli: tutto filosofia e rutti, è un’opera che chiude idealmente il XX secolo e apre il XXI. Un libro che quasi nessuno conosce o ha sfogliato per intero, incluso Siddarta, incluso l’Incantatore. Ma la sua esistenza indica che la letteratura è malattia necessaria. E’ divinità medicinale. E non c’è dubbio che uno scrittore
abbia come unico scopo quello di scrivere un capolavoro: tutto il resto, le vite umane, gli affetti, la messa a fuoco della realtà, insomma tutte le cose collegate alla vita reale, non contano un cazzo. Ecco cosa. E’ il Mostro, siore e siori. Non potete immaginare realmente l’entità della cosa. Incubi. Bestemmie. Conati. Notti insonni. Paorle clepmotantiche. Pa
role cleptomatiche. Parole cleptomantiche durante passeggiate con corpo non presente. E’ il Mostro, signore e signori. Mentre lo scrittore ed il suo involucro arrancano da una stanza all'altra dell’appartamento sporco e rotto, in testa echeggiano parole come rosari, feroci mareggiate nelle orecchie, nessun cibo o doccia calda per interi giorni, unicamente seghe e monologhi a faringe rotta: la logica non esiste più: ed è sempre e solo il Mostro. Roba di commedie malinconiche. Disastri irrecuperabili. I giorni non contano più. Il Mostro prevale. Sarà così fino alle fine dei giorni, finché non giungerà la morte degli scrittori davvero bravi, da sempre morti.
La pizza finì ed anche l’estasi. Siddarta era pronto. Una settimana dopo i locali della Stardust Guys iniziarono a plasmare fornaci sacre. “Las Sorias” venne stampato in cinquecento copie. Alcune vennero immediatamente vendute. Altre nascoste in cassette di sicurezza. Di altre, infine, si disse che fossero collegate a misteriosi affari loschi: forse usate per pagare riscatti o risolvere rapimenti; si bisbigliò perfino che qualcuno le avesse usate per far carburare roghi violenti, necessari a taluni rituali magici compiuti nei prati di periferia. Un bel giorno, delle copie rimanenti si persero le tracce: la morte dei calendari le relegò negli scaffali di pochi fortunati: ad oggi sono rarissime. In realtà c’è chi dice che non siano mai state davvero stampate: solo una voce messa in giro a quel tempo per pubblicizzare la neonata casa editrice. La seconda uscita non fu molto distante dall’area geo-umorale di “Las Sorias”: Gorg Von Veleni parlò con Siddarta di fango bonaerense imputridito nella memoria, e dunque fu logico riportare alla luce “Los Reportajes De Felix Chaneton” di Carlos Correas - addirittura vent’anni prima che lo facesse l’argentina Interzona. La terza uscita fu “Città chiacchieranti”, uno dei primi testi d’onirogeografia romana, scritto da ignoto e finalmente riorganizzato tramite una splendida veste

grafica, con tantissimi riferimenti esplicativi alla fine del libro, ed una leggendaria introduzione a quattro mani di Daniele Vazquez e Adan Zzywwurath (quest’ultimo, in realtà pseudonimo di Franco Porcarelli, autore di splendidi racconti di fantasia: secondo alcune voci era stato il vero autore del
testo originale del 1972: al tempo, però, Porcarelli aveva solo vent’anni: ecco perché si ritiene abbastanza certo che “Città chiacchieranti” fu realizzato in gran segreto da Juan Rodolfo
Wilcock, con lo scopo di fissare su carta - senza mai dimenticare l’ironia – il flusso di pensieri che gli accecarono la mente durante i suoi anni romani. Wilcock si era trasferito dall’Argentina a Roma alla fine degli anni 50, ma già nel 1960, a causa del crescente caos della Capitale, visse perlopiù nella zona di Velletri; dal 1970 si stabilì definitivamente nella periferia est di Roma, fino alla sua morte a Lubriano nel marzo del 1978. I palazzi che invadevano gradualmente i prati lontani di Roma e i giochi della mente dello scrittore dovevano aver creato mappe di mostri o mostri di mappe, poesia di cemento e cemento traslato. Tutte quelle linee sghembe di tram che dal centro s’allontanavano verso la periferia. Tutte quelle distanze senza prospettive geometriche, essenzialmente umorali. C’era realmente una corposa possibilità che il testo fosse stato un parto di Wilcock. E non c’è dubbio che la sua vecchia amicizia coi connazionali Borges e Bioy Casares abbia influito nella stesura fantastica del testo:
addirittura, c’è chi ipotizza che allo scheletro del testo avesse accennato lo stesso Borges durante un dormiveglia di qualche decennio prima, e che Wilcock fosse presente in quella stanza in quel preciso istante, mentre teneva in mano un libro di Macedonio Fernandez. Ci sono infine sparuti sostenitori della teoria che “Città chiacchieranti” sia stato scritto dall’attore Geronimo Meynier quando già era scomparso, giovanissimo, dalle scene. Un paio di persone si riferivano 
invece all’autore come un tale chiamato Cobra. Bah…). La quarta uscita della Stardust Guys fu la ristampa del primo romanzo di Edgardo Sogno, “Sodomy summer”, uscito all’inizio degli anni 80 in pochissime (e clandestine) copie. La quinta fu “Il sesso notturno degli scarabei” di Nemo Ortega Krupp, un cult assoluto che era stato dimenticato, né mai tradotto con precisione (se ne occupò lo stesso Sogno). La sesta uscita fu “Il segreto”, de l’Anonimo Triestino. La settima fu la prima traduzione italiana del superbo “Zettels
Traum” di Arno Schmidt. L’ottava fu la prima traduzione italiana di “An'ya kōro” di Shiga Naoya. La nona fu “Ascolta la canzone del vento” di Haruki Murakami. La decima fu “Dhalgren” di Samuel R. Delany, parzialmente dimenticato in quegli anni, e quindi riproposto con una migliore traduzione e stampato in moltissime copie (famosissima la copertina completamente viola, senza scritte: questa edizione Stardust Guys è, ormai, praticamente introvabile). L’undicesima uscita fu “Mosche di vetro” di Pier Vittorio Tondelli. La dodicesima uscita fu “Psiconegozio” di Alfred Bester e Roger Zelazny, delizioso romanzo ambientato a Roma, in una libreria chiamata Buco Nero, a due passi dal Foro Etrusco di Tanaquilla…In una delle sue innumerevoli visite a Bellona 42, Siddarta aveva intuito che il vecchissimo Zelazny, grandissimo autore di fantascienza, bazzicasse Roma già da inizio anni 80, ed avesse cominciato a immaginare un romanzo da ambientarvi: ne aveva quindi parlato a Bester, ed il progetto partì. Non v’era dubbio che il negozio Buco Nero ricalcasse l’antenato di Bellona 42, negli anni 80 posizionato in zona Monti e chiamato Bottega Oscura Didattica: il gestore era stato amico di Gorg; lì Zelazny aveva passato interi pomeriggi a chiacchierare. Siddarta capì che Zelazny, dopo la morte di Bester, aveva proseguito da solo il romanzo, e l’ultimo capitolo l’aveva scritto proprio dentro il negozio (ci aveva anche 
dormito). Poi nel 1995 sarebbe morto a Santa Fe. Ma il progetto, nato negli anni 80, era stato in realtà un’opera a tre mani: Bester, Zelazny e il gestore della Bottega. Nell’estate del
1994, quando Siddarta aveva esplorato la libreria ed il quartiere in questione, non aveva potuto sapere che Zelazny stava pernottando in un hotel a due passi da lì, già malato di cancro, e che quel giorno l’aveva osservato camminare dalla sua finestra, con un binocolo, per puro caso: né era riuscito a
strappare a Gorg il nome del gestore della Bottega – forse, però, intuì che il nome avesse a che fare con rettili e coltelli. La tredicesima uscita fu “Moderato Cannibale” di Lutz Bassmann. Eccetera eccetera. I cespugli avevano davvero ragion di mormorare. Una città fatta di plastilina, di polvere moschicida. Furono anni di sogni ad occhi aperti, gonfi d’una devastazione ostinata e feticista; i libri, tutti quei libri impensabili e necessari per il nutrimento del mondo, scudo contro la terribile nube purpurea: a disposizione, a Roma. Trascorsero le albe, morirono i tramonti. Nacquero i No Global e crollarono le Torri Gemelle. Siddarta avrebbe conosciuto Grin una notte del 2002 a Trastevere, in compagnia del signor Fitzgerald e Bruno. La luna avrebbe occhieggiato su loro come relitto di nave fantasma. Bruno, che quella notte indossava una maglia del Brasile con scritto DUNGA sulle spalle, avrebbe polarizzato la discussione sul calcio. E la palla sopra la traversa di Baggio. E lo scudetto recente della Roma. E le
firm d’Europa. E i casuals. E gli Stone Roses. Sarebbe stata una gelida notte di dicembre e tutti l’avrebbero sfangata grazie al pallone ed alla birra. Poi Siddarta avrebbe parlato di libri con Grin in un angolo del pub, centellinando con le labbra pagine misteriose, che solo pochi avrebbero apprezzato, rivelandogli il nome di Laiseca, i suoi primi romanzi e racconti, e poi Bernhard e Cartarescu, i loro squarci pettorali…ed infine, sussurrandolo con un filo di voce magnetica: Antoine Volo
dine. Sarebbe stata una gelida notte di dicembre, e dopo quelle iniziazioni non tutti l’avrebbero sfangata. Ma
nell’agosto del 1994 erano ancora tutti liofilizzati nel passato e avrebbero avuto tempo sufficiente per pararsi il culo. La porta si richiuse con battito legnoso. Siddarta uscì da Bellona 42 e vagò nelle strade asfissiate della Stazione Termini, poi Piazza Vittorio, Porta Maggiore; e poi, sapete come si dice in
questi casi: poi non si sa. La mappa è sordomuta. Ha più genitali a disposizione ma li tiene tutti nel palmo allo stesso momento. Le strade quel meriggio rivelavano un indescrivibile senso di cascate. Siddarta aveva un piano luminoso e ferino in testa. Salvare la sua generazione. Preservarla. Bah.
In quegli stessi istanti - era in particolare il 12 agosto, ore 17,17 - in un’elegante stanza del Radisson Blu Hotel accanto alla Stazione Termini, il Landlord venne in bocca a una prostituta nigeriana. Per un momento, la stanza parve rapinata di suoni e forme. Disse giustamente Sebald che i luoghi nascondono tracce, e che “la letteratura è una forma di restituzione”.

 


(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

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