Stralci tratti da “A Water Babies” di Edgardo Sogno.


I.

“Il suo vecchio amico Enobarbo, col quale era ancora in contatto nonostante il continuo peregrinare per il mondo, gli disse una volta che la scrittura = percussioni + acqua. Lucien ricollegò questa cosa al famoso aneddoto secondo il quale Stephan Black, autore di “Neverending desert”, ancora diciottenne e in cerca del suo stile, aveva deciso di fare un corso di batteria. Lo scopo era quello di scollegare le parti del proprio corpo e suonare ritmi diversi contemporaneamente. Dopo aver studiato cinque anni la batteria, Black aveva detto che il suo stile di scrittura era enormemente migliorato, tanto in fluidità quanto sfacciataggine. Le percussioni probabilmente agiscono su cervello e genitali. Non c'è dubbio. “Lucien” - gli disse Enobarbo - “allena soprattutto la parte sinistra del tuo corpo, essendo tu destro”. E i giorni aumentarono d’intensità fin quasi a scoppiare. Il corpo venne suddiviso in aree, scaffali, nazioni, demoni ammaestrati. Allenò le dita con vagine, ani e tamburi. Sentiva l'acqua fluirgli dentro mentre
viveva.”


II.

“Il Conte sosteneva questo: macchina da scrivere, niente penna, mi raccomando. La penna è un segno di debolezza, roba da eunuchi. I tasti vanno spinti come fossero un grilletto, il bottone d’una valigetta collegata al più vasto arsenale nucleare. Il Conte era un apocalittico. Le stagioni della vita passavano e lui cominciava a rendersene conto: ma non provava alcuna ansia. Viveva rilassato. Stava bene. Forse lo scorrere del tempo cominciava persino ad interessarlo. La scrittura lo ispirava e veniva ispirata a sua volta dalle stagioni. La scrittura non era una malattia, piuttosto cosa buona e utile." 


III.

“ - Hai mai realizzato che hai posseduto quelle mani per tutta la vita? - disse Lucien ad Agata.”


IV.

“Il mare è tutto: la vera poesia è fare la stellina sulla superfice del mare mandando le orecchie sott'acqua e non sapendo se sotto di te ci siano due o venti metri di profondità. Flutti o mostri marini carnivori. Il motto è: FARE POESIA NEL CULO DEI MARI DEL MONDO! Un'apnea sott'acqua è poesia. Quel che prova un non vedente immerso nel mare è poesia. Quel che prova un non udente immerso nel mare è poesia. Lui stesso, battendo le palpebre e ridestandosi dalle proprie fantasticherie, produceva poesia. Come uscirne, dunque? Come scacciare gli esseri neri e possedere soltanto un vuoto pieno? Decise di camminare, soprattutto la notte al lume dei lampioni freddi, perché aveva bisogno di vuoto, buio e neve. Dimenticare tutti i secoli che l'avevano preceduto.”


V.

“ - E' un ironico simbolismo morire in un teatro, non trova? – suggerì Manlio a Lucien mentre parlavano di Lincoln.

Quella notte era talmente bella e calma e imperiosa, come una tigre addomesticata. Secondo loro lo Shakespeare di quella sera era stato recitato male, essenzialmente perché gli attori avevano seguito pedissequamente lo scritto, le note: persino i minuscoli bordi-pagina del testo originale avevano
gioito della loro meschinità. Dov'era finito il fuoco del mondo? Le fiamme degli uomini? Il sogno pareva un vago specchio lontano. Uno steccato rovinato, aperto. La piccola strada dove si trovavano, il piccolo marciapiede e i magri lampioni a gas: roba innocua, sterile. Loro due che camminavano e poche stelle gentili. Nessuno avrebbe potuto sospettare che un'altra guerra catastrofica stesse per iniziare.”


VI.

“ - Tutto è letteratura – proseguì Marquet – il mare per esempio. Mangiare una torta. Parlare con una lucertola. Litigare coi tuoi nonni. Allacciare le scarpe a tuo figlio. Rientrare in mare dopo aver preso il sole o essere stati punti da una tracina velenosa. Brandire un'ascia bruciacchiata. Nuotare a mezz'apnea (gli uomini sono quasi tutti vacui, ma del resto la coda non era leyeraira? L'uccello segue da sempre certe leggi, e sempre sarà così...Osservare il suo volo è imparare a memoria l'introduzione del romanzoevergreen “La Creazione”...). Ora invece, ecco cosa: noi scriviamo. Cosa diavolo significa? Che vuol dire? Sai bene che c'è gente che muore di fame nel mondo. La letteratura invece tratta problemi astratti, finzioni. L'uomo è unico, eppure imperfetto. Tutto occupato col suo sistema di inizio e fine: ma l'uomo perirà. Peccato, se solo fossi rimasto solo, quel giorno in spiaggia. Col sole a mezzaluna che ombrava la superficie. C'è così tanto da imparare. Mi ricordo che sotto al sole c'era una donna incinta completamente nuda. Perfezione assoluta. Capisce quello che cerco di dirle?
- Certo. Sta parlando della ricerca personale del Conte, morto poi in guerra. I suoi ammiratori ne esaltarono soprattutto l’attitudine a scrivere con impegno, similmente agli affrescatori di cattedrali. Ricordo che aveva composto una minuziosa raccolta d’aneddoti e ricordi, una recherche sterminata, molto sanguinolenta, genitale. Ma nei momenti d’illuminazione le frasi raggiungevano una perfezione quasi estatica. E più volte io stesso sono rimasto ipnotizzato mormorando a voce mezzalta le frasi che leggevo. - disse Lucien. 

Un pomeriggio discutevano col brandy in mano, e d’un tratto, la scoperta d’un’illuminazione comune:

- Ho certamente capito – proseguì Marquet – che la vita è vacua: ecco perché stamparla sotto forma di
letteratura risulta un artificio logico. 
- Certo, almeno così la vita ha una parvenza di perduranza. – disse Lucien.
- Sa, sono rimasto a lungo assorto nella lettura del penultimo tomo della recherche del Conte. Come ha
detto che si chiama?
- Gli aironi nella stanza da letto.
- Esatto, e mi son detto: è un compendio malvagio e magico di certi miei sogni. Alcuni, mi creda, pensavo fossero solo miei. Ma forse tendo a confondere le cose del mondo. E comincio a dimenticare. Sto scordando come andarono realmente le cose in alcune situazioni. Eppure insomma: possibile che nel libro si parli davvero di 
cose che credevo fossero solo mie? Intime e personali? Forse il Conte ha tirato a indovinare. Magari è stata banale questione di fortuna.
- Dice che il Conte l’ha buttata così, a caso? Insomma, che le sue pagine siano davvero state una semplice questione di fortuna?
- In realtà non saprei. Ma sento che una parte della mia vita si sta lentamente diluendo.
- E’ possibile. Ma appunto, è rimasta nella memoria, sebbene distorta. E rimarrà corretta in questo tomo
che proprio ora sta tenendo in mano.
- Che questo libro sia un sortilegio, dunque? Insomma, che cosa sono queste pagine?
- Lei è troppo curioso. Ma sa, non ho capito appieno la domanda. Io penso che a proposito delle cose perfette non serve domandarsi nulla: si possono solo contemplare.
- Che razza di libro macchinoso è questo?
- Un libro che parla di morte e sogno non può essere rudimentale. Ci pensi bene.
- Ma forse è vero. Sono stati giorni stordenti. Ho visto cose.
- Figure sireniche nel sogno dei giorni. Probabilmente quegli anni furono tutto lì.
- E cosa dovrei fare, adesso?
- Nulla. Resti in silenzio. Guardi che bel tramonto. Ecco i suoi aironi. Li vede? Sono dentro il cerchio
rosa, oltre il vetro. Indicano che stiamo morendo impercettibilmente.

Nel frattempo, il servitore restava accanto alla tenda, con l’orecchio assorto immerso nelle poche parole che riusciva a captare. Non capiva ma gustava amorevolmente quegli splendidi intarsi d'istanti. C’era una sorta di potenza calda nell’aria. Quella stanza gli aveva sempre dato sicurezza e protezione.
Non capì esattamente di cosa parlassero, ma si volse verso il tramonto fuori dalla finestra. Lontanissimo. Il sole era interamente nella stanza, rosa e oro. Marquet e Lucien notarono che la figura del servitore era liquidamente inclusa nella quadratura della finestra di marmo. Gli aironi erano pronti a beccarne lo scalpo.”


VII.

“Lucien riprese: - Ho bisogno di possedere la tua faccia, talvolta. So cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma ho perso di vista la scrittura da almeno un mese. Non ho più notizie di Enobarbo da circa un mese. Ormai, non calibro più le grandezze delle ore. Penso che ci serva un tè. E forse servirebbe più tempo, ma non ho pazienza. Sono proprio un animale. Perdonami la brutalità e il dolore, talvolta. M’hanno detto che l’Argonauta arriverà a giorni, c’è poco tempo. Coricati e spogliati. Perdonami la violenza, talvolta.”


VIII.

“Nonostante fosse poco distante da casa, quella nuova città l'aveva stregata. Per esempio, il mercato del centro pareva esistere in un luogo troppo distante, come quintessenza dell'esotico letterario. C'era frutta del posto e frutta importata da porti lontani. I melograni appoggiati sui banchi erano sfacciatamente aperti come organi riproduttivi, e contenevano rubini preziosi. Se ne buttavi una manciata in bocca
scrocchiavano e parevano fatti d'aria e sangue. Agata spese soltanto venti corone e comprò due pere cocomerine, che erano un'illusione pura; dieci cornioli come divertissment; quattro pesche sanguinelle in onore dei crepuscoli del mondo; sette corbezzoli per acquistar felicità; una manciata di jabuticaba
per scacciare il malocchio e amplificare l'effetto ipnotico dei giorni; un mangostano, per rendere cremoso lo zucchero; due avocado, per ricordarsi di Gauguin; una banana per pec
care con la bocca; un cedro per profumarsi le dita; sei limoni per illuminare la propria stanza; e per finire, sedici fragole
bianche, chiaro omaggio alle epoche ancestrali del Pianeta. La sua casa quel giorno divenne uno schiaffo a Dio, eppure restò quieta e silenziosa. Alle sette di sera il Conte sarebbe passato senza avvertire, con tutta la sfacciataggine che gli si addiceva. Da quel momento in poi gli eventi sarebbero tragicamente peggiorati. Una settimana dopo, a Manlio avrebbero tagliato la testa.”

 

 

 

(da "Michele Della Notte, onironauta", 2OO9, ed. Er B.)

 


Commenti

Post popolari in questo blog